Nè per altro tutte costoro appartenevano alla classe volgare delle sciupate, date per lucro alla prostituzione, ma ben anco uscivano da patrizie e rispettate famiglie; epperò i loro appassionati poeti, per una certa reverenza al casato, ne’ loro canti sostituivano ai veri, simulati nomi. Così la Lesbia di Catullo, forse così nomata dal suo Poeta per la particolarità de’ suoi gusti erotici, vuolsi altra non fosse che la Clodia, discendente da una delle più cospicue famiglie di Roma, la Claudia, alla quale appartennero e il tribuno Claudio e Appio il Cieco, che ambo Cicerone circonda di tutta venerazione nella sua arringa Pro Marco Cœlio, per quel giovine Celio, cioè, ch’egli difese calorosamente appunto dalle accuse dategli da Clodia d’averle preso dell’oro e di avere tentato d’avvelenarla, accuse che si conobbero effetto di vendetta per essersi veduta da lui abbandonata. Era ella inoltre sorella di quel Publio Clodio, che più sopra ho ricordato come l’eroe della profanazione de’ misteri della Bona Dea e che fu l’acerrimo nemico del Romano Oratore, e moglie di Quinto Metello, cui Cicerone stesso tributò gli encomj maggiori come chiarissimo, valorosissimo uomo ed amantissimo della patria. Comunque lo sventurato Poeta avesse ogni dì prova delle lascivie di lei, sì che scendesse a commetterle in quadriviis et angiportis[169], com’ei ne scrive al suddetto Celio, e venisse designata coll’infame nomignolo di Quadrantaria, a significare il vil mercato che faceva di sè medesima, non seppe tuttavia levarsene l’amore dal cuore, tanto da morire amandola ancora del più costante amore:
Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio; sed fieri sentio et excrucior[170].
Anche la Cinzia di Properzio pretendesi fosse una Ostilia, che si vorrebbe da’ commentatori far discendere da Tullo Ostilio terzo re di Roma, certo da un Ostilio, che dicono erudito scrittore, autore d’una storia della guerra dell’Istria. Ella stessa di maestosa ed elegante statura, di bionda capellatura e di man delicata e aristocratica, come Properzio medesimo la dipinge, era appassionata assai dell’arti belle e più che tutto della poesia, onde a lei pure rendessero omaggio quelli altri esimii che furono Cornelio Gallo, Orazio e Virgilio, i quali a lei leggevano gli immortali loro carmi e ne chiedevano il suffragio. Tuttociò non impedì che la leggiadra e capricciosa Cinzia, per recarsi a’ notturni convegni col suo Poeta, si calasse giù poco maestosamente da’ balconi della propria abitazione[171]; non impedì che gli facesse infedeltà frequenti e che traesse in casto Isidis, agli esercizi non sempre spirituali, soventissime volte pretesto ad orgie oscenissime; onde Properzio a quest’anniversario Isiaco avesse ben ragione d’imprecare e maledire, come già ne appresi al lettore nel metterlo a parte de’ misteri di quella Dea nel capitolo de’ Templi.
L’episodio tuttavia della gelosia di Cinzia verso Properzio, quale è da quest’ultimo descritto nell’elegia ottava del Lib. IV, allorchè ella il sorprende alle Esquilie colle cortigiane Fillide e Teja in mezzo alle coppe del vin di Lesbo, è tal gustosissimo quadretto di genere, che mette conto di riferirlo, riducendolo dallo splendido verso originale all’umile mia prosa.
Cinzia, nell’occasione che a Lanuvio, antico municipio del Lazio tra Riccia e Velletri, ove esisteva un santuario singolare pel culto di un drago, che poteva essere per avventura il Genio del luogo, si celebrava la festa del drago stesso e ad un tempo quella di Giunone Sospita, ossia della salute, tratta in un carpento d’un suo vagheggino da due gallici corridori bai, volle pure recarvisi. Ella medesima guidava i cavalli e via trapassando per chiassi impuri, la gentaglia che si trovava in una bettola sul suo passaggio, ne fece argomento di discorso e tale come ben si meritava. Quindi i parlari e gli alterchi sulla bellezza, sull’età, sui costumi di lei, sull’oggetto della sua gita, e tuttociò alle spalle del suo povero amatore. Properzio, a vendicarsi di cotale perfidia, volle renderle pan per focaccia e invitate seco certa Fillide, che abitava presso il tempio di Diana Aventina e cui i fumi del vino crescevano vaghezza,
Sobria grata parum; quum bibit omne decet[172],
e certa Teja, che dimorava nel boschetto Tarpeo e che ne’ bagordi avrebbe sfidato il più fiero bevitore,
Candida; sed potæ non satis unus erat[173],
si pose con esse sul letto tricliniare a mensa, serviti dallo schiavo Ligdamo di vino di Metimno, e facendo accompagnar l’orgia dai suoni della tibia e dal tamburello, suonata la prima da garzone egizio, il secondo da donzella di File, isola tra l’Egitto e l’Etiopia. Non mancava nell’intermezzo il nano buffone co’ suoi lazzi, colle sue capriole e colle castagnette che scuoteva.