Ma la lampada non dava la fiamma vivace, la tavola cadde, e quando si pose a giuocar coi dadi, sempre gli usciva il cane, cioè il punto più disgraziato: indizii tutti codesti di non lieto augurio.

Intanto le baldracche, eccitate dal vino, cantavano alla distesa e si scoprivano il petto lascivamente a provocare il Poeta; ma Properzio, sempre il pensiero alla sua Cinzia, non curante di esse, viaggiava col cuore a Lanuvio.

Quand’ecco, stridono i cardini della porta, s’ode un parapiglia, è Cinzia, ella stessa che rovescia l’uscio, furibonda si scaglia in mezzo all’orgia, e primieramente caccia le unghie in faccia a Fille. Teja non attende che la tempesta si scaraventi pur su di lei, si precipita a fuga gridando acqua, quasi si trattasse d’incendio, ed a Properzio, che attonito aveva lasciato cader tosto la tazza colma, Cinzia fa sfregio al volto colle mani, addenta e sanguina il collo e più specialmente, come quelli che sieno i più rei, cerca offendergli gli occhi. Quindi fa sbucar dal letto, dove disotto s’era accovacciato, Ligdamo lo schiavo, gli strappa di dosso gli abiti e chi sa cosa gli stava per toccare, se il Poeta supplichevole non ne avesse frenata la furia. Cinzia allora porge a Properzio, in segno di perdono, a toccare il piede; ma detta al tempo stesso le seguenti condizioni di pace:

Tu neque Pompeja spatiabere cultus in umbra,

Nec quum lascivum sternet arena forum.

Colla cave infectus ad summum obliqua theatrum,

Aut lectica tuæ sidat operta moræ.

Ligdamus in primis omnis mihi causa querelæ

Veneat et pedibus vincula bina trahat[174].

Properzio sottoscrive alle condizioni, Cinzia sorride della vittoria, quindi fa dappertutto fumigazioni, quasi a cacciare ogni miasma lasciato dalle partite meretrici, solfora i panni del Poeta, poi tre volte descrive un cerchio intorno al capo di lui coll’acceso zolfo, e quando la purificazione è compiuta, suggella seco lui la pace.