Dopo tutto, ella lo amava profondamente: fu vista dopo una lunga malattia di lui, prosternata al piè degli altari, propiziar Iside e ringraziarla della riavuta salute del suo fedele.
Ma Cinzia, la gentile amante ed ispiratrice di Properzio, nel fior dell’età moriva, avvelenata da Nomade, laida cortigiana, per non so quale affronto ricevuto, e lui non presente: egli ne fu inconsolabile, ne onorò con dolenti elegie la memoria, sparse di fiori la sua tomba, anche quando altri per tema di possenti vendette non l’osava, e di poco le sopravvisse.
Anche la Delia di Tibullo, vuole Apulejo che velasse il proprio nome di Plania, la quale varii commentatori additano come un’illustre patrizia romana, mentre altri la vorrebbero semplicemente liberta. Vogliono pure che una sola fosse quella che il Poeta nominò nelle sue elegie come Delia, come Nemesi, come Neera, come Sulpicia e come Glicera. Che se fossero invece tante distinte amanti, avremmo allora la prova della sua incostanza.
Preferisco credere al sentimentalismo delle sue elegie e ritenere che la sua Delia gli abbia veramente tutto rapito ed occupato il cuore, come la Lesbia tenne quello di Catullo e Cinzia quello di Properzio.
Se non che, se la Sulpicia fu amante di Tibullo, se non forma che una sola persona colla Delia, non sarebbe più la patrizia Plania, come vorrebbe Apulejo, ma la figliuola di Servio Sulpicio, uno de’ più grandi personaggi della sua epoca, e la quale peraltro si sa non arrossisse di dire essere stanca di comporre il suo volto per la cura del suo buon nome.
I rigori poi di Glicera, di cui si lagna il Poeta, potevano essere causati da quel suo decadimento di forze fisiche, le quali prima, per testimonianza di Orazio, interamente possedeva, congiunte alla bellezza, alla grazia, alla nobiltà dell’animo ed all’abbondanza dei beni di fortuna; e forse trovavano altresì la loro ragione d’essere nella dissipazione di questi ultimi, che l’avevan ridotto, se non all’indigenza, certo alla povertà; e queste famosæ avevan davvero animo di dar fondo a ben più che un ricco patrimonio.
Vengo ora al poeta maestro in amore, al cantor delle Eroidi e delle Metamorfosi, del Rimedio d’Amore e del Liscio.
Non è dato scoprire chi si celasse sotto il nome della Corinna di Ovidio. Aveva ella marito, ma ciò, stando al Poeta, nulla ostava a’ suoi amori con lei, s’egli lo chiama lenone marito. Ovidio la canta e fervidamente mostra di amarla; ma ella non è più pudica delle altre sue pari, nè più fedele; ond’egli, soventi volte posposto ad altri, passava le notti davanti la porta di lei, quando pure non lasciavasi consolare dalla bella Cipassi. Ma finalmente gli amici suoi, ponendogli sotto gli occhi la impudente prostituzione di Corinna, ch’egli aveva continuato a immortalar ne’ suoi versi, non impedito dall’affetto casalingo per la moglie, casto e freddo così da non esserne seguitato nell’esiglio del Ponto, — ne lo distolsero, ma fu grande cordoglio pel suo cuore, perchè egli avevala fortemente amata; onde il Petrarca nel Trionfo dell’Amore, potesse Ovidio mettere così giustamente insieme agli altri tre poeti, degli amori dei quali ho testè narrato:
L’uno era Ovidio, e l’altro era Catullo,
L’altro Properzio, che d’amor cantaro