E in che più speri? Il regno
Del tristo è breve.—Se tu m’ascoltavi,
Avresti con l’esempio e con le leggi
Risuscitato alla grandezza antica
Questa Roma bastarda, effeminata,
Nell’ozio avvezza di sciupar la gloria
Che i padri le lasciarono pugnando
In tutti i campi che stan sotto il sole.
Ma tu di ciò nulla tentavi, ed ora
A chi ti volgi? forse a quel Senato
Che rendesti un ignobile consesso
D’adulatori e di vigliacchi, pronti
A mutare il signor come la toga?
Od ai patrizi di cui disertasti
Le famiglie più illustri, regalando
De’ loro averi le bugiarde spie?
Od al minuto popolo che rise
Di te, pugillatore nell’arena
E guidator di carri?—Ecco—raccogli
L’opra che seminasti.
NERONE
Eppure amai
Il popolo!
ATTE
E perchè sei solo, e niuno
Ti difende?
NERONE
Tel dico un’altra volta:
Allontanati, o donna. Più funesta
Di Galba e degli eserciti ribelli
M’è la tua compagnia.
ATTE (allontanandosi)
Li aspetta dunque,
Io ti lascio.