NERONE

Eppur non giunge
A quella de’ tuoi sguardi, o allettatrice
Bellissima! Oh mai più questo tuo corpo,
Che le mani formaron delle Grazie,
Tenti il desìo ne’ torbidi teatri
D’una plebe villana!—A te fo tempio
Della mia casa.—D’ora innanzi i tuoi
Biondi capelli spargerai d’unguenti
Prezïosi, e le morbide carole
Moverai col tuo piè sopra i tappeti
Alessandrini; plaudirò sol io,
Io, che m’intendo nell’arte di Fidia,
Il tuo compatriota—e questa molle
Voluttà delle giovani tue forme
Eternerò fingendola nel marmo.
Tu mi piaci, o fanciulla.

EGLOGE (sfuggendo dalle braccia di Nerone)

In Grecia intesi
Narrar che una fanciulla piacque a Giove
Quando Giove venìa sopra la terra
In umana sembianza.—Ahi! l’infelice,
Spinta da cieco amor, volle abbracciarlo
Nella fulgente maestà del Dio,
E cadde incenerita.—Uccide adunque
Un amplesso di Giove.

NERONE (vezzeggiandola nei capelli e nel viso)

Queste sono
Istorie vecchie, e niuno più vi crede
Al nostro tempo.

EGLOGE

Un giorno, appena i tuoi
Littori apparver nel teatro, il grido
Universale si levò: Salute
A Cesare!—Febèa, la mia compagna,
Allor mi disse: vedi tu quell’uomo
Che pare un Dio?—Sciagura sulla donna
Ch’egli ama!

NERONE