E non mi lodi?

ATTE (avanzandosi)

Io piango
Su te, Nerone!

NERONE

Non ti pigli l’estro
Di darmi lezïone di morale
Filosofia; da Seneca già n’ebbi
Troppe, sebben lo stoico traesse
Non conforme la vita ai fieri scritti;
Pur morì fieramente. Oh l’opportuna
Morte che gli mandai! Quell’ostinato
Declamator mi deve la sua fama.—

(Porgendola ad Atte)

Io t’offro questa tazza: un inno al Dio
Del piacere!

ATTE (ricusa la tazza; Nerone alza le spalle e la tracanna)

Insensato, il Dio che invochi
È il tuo peggior nemico.—Io vo’ parlarti,
Unir dovessi la parola estrema
All’estremo sospiro; e s’ascoltavi
Pur or codardamente le rampogne
Del primo ch’incontrasti nella via,
Ascolterai me pure.—E sei tu forse
Il successor dei Cesari?—Gli oppressi
Popoli di Germania, ancor non vinti,
Fasciano i corpi sanguinosi, e nuove
Nel fondo dei lor boschi impenetrati
Preparano battaglie: alla congiura
Tendon gli orecchi gli altri confinanti,
E l’odio stesso del romano nome
Unisce i Galli che ne son vicini
Ai remoti Brittanni.—A tanti esterni
Nemici dell’imperio aggiungi i tuoi
Eserciti, rissosi, malcontenti,
E questa plebe che ti sta d’intorno
Piena d’odio e di fame. E tu, Nerone,
Che fai? Come provvedi alla ruina
Che ti minaccia? Tu canti; e allorquando
È d’uopo di mostrarsi eroe sul campo
Ti piace meglio il plauso tributato
All’eroe della scena. Oh, per gli Dei
Tutelari di Roma e dell’imperio,
Vergognati, Nerone! Esci di questo
Ozio una volta, e non per prodigate
Vane magnificenze ma per grido
Di fatti generosi in te risorga
La maestà del popolo di Roma.

NERONE (dando in uno scoppio di riso)