La maestà di Roma! Io ne conosco
Una soltanto, e si dimostra al guardo
Dai teatri ch’ò alzato e dalle terme;
Solida maestà, tormento ai ferri
De’ barbari venturi.—In me pur troppo
Finisce il sangue della casa Giulia,
Ma non degenerai.—Taccio d’Augusto,
L’istrïone più abile che mai
Recitasse una parte imperïale
Sulla scena del mondo; a lui successe
Tiberio—un furbo che gittò sugli altri
I suoi delitti, e si nascose in Capri
Beffatore di Roma e de’ Quiriti.
Che dire di Caligola? Volea,
Endimïone novo, innamorare
La luna, e poi fe’ console un cavallo,
E il Senato approvò—forse credendo
Che in mezzo a tante bestie consolari
Stesse bene un quadrupede.—Mio zio
Claudio è un proverbio: istorico e filosofo,
Spinse la vista fra gli antichi Etruschi,
Ma non seppe gli affari di sua casa.
Lui vivo, la sua moglie si sposava
Ad un altro, e poichè l’ebbe ammazzata
Stupidamente l’aspettava a cena.—
(Riempie un’altra tazza e beve)
Ecco i miei quattro antecessori!
ATTE
L’ombra
Degli altri giovi al tuo splendore; puoi
Aver gloria immortale, e ti procuri
L’infamia?
NERONE
Ignori cosa sïano i morti?
Fantasmi ciechi e sordi.—È ver, nel vecchio
Mondo abitava la virtù; lo giurano
Gli storici, ma quel povero mondo,
Com’è destino delle vecchie cose,
Più non si trova, e il suo maggior campione
A Filippi si dolse amaramente
Di morir virtuoso.—In quanto a’ boschi
Impenetrati di Germania, abbiamo
Aquile da mandare a farvi il nido,
E punirem l’ingiuria onde fu reo
L’esercito di Gallia. La minuta
Plebe, lo so, soffre la fame e impreca,
Ma con vôte parole; essa nel core
M’ama perchè conosce che non sono
Io ch’ò bruciato i campi di Sicilia
E dell’Egitto; negherà gl’incensi
A Giove Pluvio.—Oh, ancora un altro nappo,
Ò sete.—
ATTE
Bevi—inebriati, fanciullo,—
E uguale al pazzo esulta della casa
Che ti crolla sul capo!—Vuoi vedere
L’imperio tuo? lo guarda ne’ frantumi
Di questa tazza.