— Maestro — disse un popolano accostandosi — che dite voi di scomunicato e di negromante?

— Nol vedi — soggiunse il frate — quel vecchietto nero che smonta or da cavallo? È un eretico, è un negromante.

E intanto la gente faceva capannello accosto ai due che parlavano.

— Sarebbe da cacciargli a furore di popolo.

— È Cecco Diascolo — (il popolo chiamava così Cecco) ripigliò il maestro; — il beffeggiatore di Firenze e di Dante; non si vorrebbe comportare che la nostra città fosse contaminata da gente sì obbrobriosa.

Cecco diascolo? muora, muora, — cominciarono tutti a gridare: e gli avrebbero messo le mani addosso, se Cecco, veduta la mala parata, non si fosse rifugiato tosto in casa, la quale era guardata dai provvigionati del duca di Atene.

Smontati che furono tutti, la gente cominciò a dileguarsi; ed a poco a poco la città aveva ripreso il suo aspetto grave, e la sua quiete. — Ma perchè si faceva tanta festa da un popolo libero alla venuta di un novello signore? E chi erano quel frate e quel maestro, i quali aizzavano il popolo a levar rumore contro Cecco d'Ascoli? Il lettore mi segua, e lo saprà in quest'altro capitolo.

CAPITOLO II. UN POCO DI STORIA. — CECCO D'ASCOLI, MAESTRO DINO DEL GARBO, E L'INQUISITORE.

La città di Firenze reggevasi a popolo, e godeva della sua libertà, dicono i vagheggiatori dei governi popolari, ricordando le cose fiorentine, specialmente del secolo XIV. Ma di che sapore era ella questa libertà, e quali erano i frutti che dava? Fino dal principio del secolo Firenze, come dice Dante, rinnovava genti e modi; e più che mai la straziavano le maledette parti de' Bianchi e de' Neri, trapiantatevi da Pistoja; e diventava un Marcello, per usare la mirabil frase di Dante medesimo, ogni villano che venía parteggiando. Tutta la gloria e tutto il desío di quegli sciagurati consisteva nel sopraffare, anzi nel disfare la parte contraria, ardendo case, dichiarando ribelli, e confiscando i beni dei vinti. Non si trattava più di Guelfi e di Ghibellini, perchè questi ultimi non si erano più rifatti dopo la rotta di Benevento e il crudele supplizio di Corradino, e solo i Guelfi signoreggiavano, come quegli che avevano il favore del papa e de' reali di Napoli, tenendo gli altri sotto gravi pesi, per modo che non ardivano di alzar la fronte; tanto più che i loro capi erano dichiarati ribelli. Ma i Guelfi stessi erano discordi tra loro, e si erano partiti, come diceva, in Bianchi e Neri, riscaldata l'una parte e l'altra dall'ambizione de' grandi e specialmente de' Cerchi e de' Donati; onde la città stessa era non di rado campo di battaglia; i palazzi si munivano e si assaltavano come fortezze; le vie si asserragliavano; esempj di crudeltà e di ferocia erano frequenti; un continuo mutar di leggi e di ufficj: e Firenze poteva bene agguagliarsi, come appunto l'agguagliò Dante, a un'inferma, che non trova riposo sopra un letto di piume, e fa schermo al dolore dando volta di continuo.

Quando le cose riducevansi agli estremi, che proprio non si poteva andar più avanti, allora si cercavano rimedj. Prima il papa mandò il cardinale di Acquasparta, che, giunto a Firenze, chiese balía di riformare la terra, di rappacificare le parti e accumunare gli uffizj: ma i Cerchi se ne risero, ed egli partì lasciando la città interdetta. Poi vi mandò Carlo di Valois, detto Senzaterra: fu gran disputa se dovesse riceversi; ricevuto, gli si diè balía di riformare la città con pace e senza disordine; ed egli, dopo averlo giurato, con la gente francese che aveva seco corse la terra per sua; e nacque uno dei più terribili tumulti che mai si udissero, per cui seguirono morti ed esilj, tra' quali quello di Dante.[14] Durissima prova di questa verità: che quando un popolo ha bisogno di ricorrere a protezione e ajuto di stranieri, questi gliela concedono solo per aver predominio e per avvantaggiarsene, a scapito della dignità e della libertà di chi li chiama o gli accetta: durissima prova, che Firenze fece tante e poi tante volte senza impararne mai nulla.