E dacchè alle preghiere del frate unirono le loro messer Guglielmo e la Bice, messer Geri, che oramai aveva cominciato a dir sì, ed in sostanza era di ottima natura, si lasciò piegare anche a questo, con gran soddisfazione del frate e del cavaliere.
Non istarò qui a riferire i varj ragionamenti fatti tra tutti, e le dolci parole e i dolci atti de' due amanti: basta che Geri concedè al cavaliere che venisse ogni giorno alle case de' Cavalcanti, dicendogli che, dove a lui piacesse il giorno da esso stabilito per il matrimonio, si desse dal canto suo ogni pensiero di porsi in assetto, com'egli avrebbe fatto per sè e per la Bice: a frate Marco disse che fosse da messer lo vescovo di Firenze ad impetrargli licenza che le sposalizie si facessero in casa sua, e a chiedergli per sè facoltà di benedire l'anello. E restati in concordia che tutto sarebbe fatto, i due compagni, lasciando padre e figliuola consolatissimi, e pieni di consolazione essi stessi, si avviarono l'uno al convento e l'altro al palagio, dove l'attendevano ancora nuovi festeggiamenti, per lui senza veruna attrattiva, avvezzo da tanto tempo a dispregiare ciò che non fosse la sua Bice.
CAPITOLO XLII. CONVITO ED ESEQUIE.
Il convito fu oltre ogni dire splendido e suntuoso, e i festeggiamenti d'ogni maniera, i suoni, i canti e le danze, e le prove di leggiadria e di cortesía vi furono infinite.
Basti il dire che vi furono cinquanta donne bene e riccamente vestite, e similmente trenta donzelli da far festa, anch'essi riccamente vestiti: e chi volesse raccontare il numero e la squisitezza delle vivande, e il vasellame d'argento lavorato, e i finissimi vini, e i confetti, recati, sempre rinnovellando, in nobili e pregiate confettiere d'argento; e i cantari de' giullari, e i giuochi e i sollazzi continuati fino a gran notte, avrebbe troppo lunga tela alle mani e sarebbe infinito, non senza noja per avventura di quei non pochi lettori, che scambio di dilettarcisi, aborrono le descrizioni minuziose. Questo per altro non è da tacere, che, in sul dar l'acque alle mani, la duchessa ebbe a sè maestro Cecco; e simulando l'antica benignità, il pregò cortesemente che la nobile compagnía dovesse far meravigliare con alcuno de' suoi prodigi; ma Cecco, al quale la benignità della duchessa parve insolita troppo, ne prese sospetto; ed allegando che Florone per quel giorno non concedevagli il suo ajuto, se ne scusò, non senza apparente rammarico, e con celata ira di lei.
Alla festa allegrissima del convito, doveva succedere la mattina appresso, come qua dietro accennai, la pietosa opera delle esequie di un cavaliere segnalatissimo, ucciso all'assalto di S. Maria a Monte, mentre accanto a Guglielmo era per metter piede sulle mura del primo cerchio.
Fu questi messer Guccio da Casale, guidatore della prima schiera della gente a cavallo, uno de' più pregiati cavalieri d'Italia. Il corpo, recato con quel maggiore onore che si potè da' suoi compagni fino ad una chiesetta vicino a Firenze, doveva essere andato a levar di colà, per accompagnarsi a S. Croce, da tutti i più pregiati cavalieri dell'oste, dalla signoría di Firenze, dalla chericía di S. Reparata, e da molte regole di frati; onorato quanto più si potesse a spese del comune. E l'ordine fu questo. Prima gli fu posto sulla bara un drappo d'oro, e sopra vi fu fatto appiccare tre scuddicciuoli ricamati, che furono il giglio, la croce del popolo, e l'arme della parte guelfa, con ventiquattro drappelloni, con varie altre armi del comune, del popolo, di parte guelfa, della chiesa e del re Roberto; più gli si donarono, per portare intorno alla bara, quaranta doppieri; e un gran pennone del popolo, con la targa, vestito di zendado l'uomo e covertato il cavallo: due altri erano dietro a questo, uno de' quali a cavallo, con un cimiero del Marzocco in capo, ed una spada in mano tenuta per la punta; e poi due uomini a cavallo, con due bandiere quadre dell'arme del comune, con due scudi alla catelana, tutti vestiti i fanti, e covertati i cavalli, di zendado.
Dopo di ciò donò il comune un pennone di parte guelfa, grandissimo e bello, che uscì dal palagio della parte guelfa, e la targa con esso: ed oltre a ciò un cimiero di parte guelfa, con una spada in mano dal cavaliere tenuta per la punta; e ciascuno di loro era vestito, ed i cavalli erano covertati, di zendado.
Tutti i detti sei cavalli ed uomini, erano vestiti e covertati, come dicemmo, e i 40 doppieri accesi erano tenuti in mano da quaranta fanti de' priori. Dietro la bara seguiva la schiera onde messer Guccio era stato guidatore, con il suo cavallo innanzi, covertato di gramaglia, e tenuto per il freno dal suo scudiero: quindi le regole dei frati, la chericía, e in ultimo tutti i più nobili cavalieri della corte, il gonfaloniere coi priori, ed in nome di monsignor lo duca, Gualtieri di Brienne, il vescovo di Aversa suo cancelliere, e maestro Cecco altresì, benchè con visibile cruccio del detto cancelliere.
Arrivata la processione a S. Croce, tutta la gente a cavallo si schierò sulla piazza, sonando continuamente le trombe in tuono lugubre, e gli altri tutti si avviarono in chiesa dietro la bara: e già erano sulla soglia il duca d'Atene, il cancelliere, messer Guglielmo e maestro Cecco, quando un frate minore con sacri paramenti (quel frate medesimo, che in sul principio di questo racconto si rammenterà il lettore aver avuto briga col maestro, per conto di certe parole dell'atto di scomunica di Castruccio), e quasi agitato da divino furore gli si parò dinanzi: