— In nome del Padre del Figliuolo e dello Spirito Santo; ed in nome del reverendo padre inquisitore della eretica pravità, che qui ha sede e giurisdizione, comando a te Francesco Stabili, scomunicato, ed eretico relasso, che non sii presuntuoso di porre il profano tuo piede in questo tempio, sacro al Signore delle vendette.

Il cancelliere non si mostrò punto turbato nè meravigliato da sì strano atto del frate; ma, soffermatosi con gli altri, non mutò aspetto nè poco nè assai, come se fosse stato una statua di marmo, e stava col capo piegato sopra la spalla sinistra, senza articolar parola. Non così per altro messer Gualtieri e messer Guglielmo, i quali si mostrarono fortemente sdegnati di tanto fanatiche parole; e messer Gualtieri, temperandosi quanto più potè, non potè fare per altro che ei non dicesse:

— Bel frate, io non posso, nè voglio, entrare giudice degli atti della sacrosanta Inquisizione; ma, quanto posso conoscere io del benigno modo col quale essa suol procedere, innanzi di venire a quello che voi dite in nome di messer l'inquisitore, parmi che voi vi siate lasciato portare da eccesso di zelo, piuttostochè dalla cristiana carità; e dubito assai che messer l'inquisitore vi abbia dato veramente siffatto mandato. Io qui sono in persona di monsignore lo duca: e se prima non sono accertato che il sacro tribunale dell'inquisizione voglia veramente procedere in tal forma, non patirò che sia fatta questa ingiuria ad un così pregiato famigliare di monsignore lo duca, e per conseguente al duca medesimo.

E voltosi al vescovo d'Aversa:

— Voi messere, siete cancelliere di monsignor lo duca, e siete vescovo e frate minore; parvi egli che quel frate abbia operato saviamente, e che io debba comportare questa onta fatta al mio e vostro signore in persona di uno de' suoi familiari?

L'atto di quel fanatico frate era veramente fuori d'ogni diritto, e di ogni consuetudine della inquisizione; ma tutto per altro era ordinato tra esso e maestro Dino con tacita approvazione del cancelliere e dell'inquisitore, per vedere se da ciò nascesse occasione di qualche grave scandalo, dove maestro Cecco uscisse tanto dai termini della temperanza, da offrir materia di mettergli le mani addosso; e lo scandalo sarebbe nato senza dubbio, se messer Gualtieri di Brienne non avesse egli proprio così accortamente preso da quel lato la quistione, rompendo le parole in bocca a maestro Cecco, il quale, già acceso nel volto, stava per rispondere al frate; e accennando anche a messer Guglielmo che si temperasse, il quale voleva parimente rintuzzare la tracotanza di quell'invasato.

Ora il cancelliere, veggendo che il disegno di maestro Dino era fallito; ed accorgendosi che per lo migliore era da troncare ogni cosa; a messer Gualtieri rispose che savie erano le sue parole, e lodevole il suo zelo per l'onore di monsignore lo duca; e volto poscia al frate minore:

— E voi pure, bel frate, è lodevole lo zelo che vi accende per la santa religione nostra; ma ogni cosa vuole modo e tempo: vi piaccia dunque di aspettare tempo migliore ad esercitarlo, e non rompete l'ordine di questa pia cerimonia.

Con tali parole il cancelliere stornò ogni rampogna che potesse venir dal duca, senza condannare il frate; il quale, fingendo di rassegnarsi alle preghiere di lui, rientrò in chiesa, nè altro se ne seppe. La gente di piazza e quella di chiesa si accorse ben di questo tafferuglio, ma, essendo esso durato così poco, nè sapendosene quasi da veruno i particolari, la cerimonia continuò senz'altro inconveniente.

CAPITOLO XLIII. LA FESTA D'AMORE, E LO SPOSALIZIO.