E senza indugio, mandò dicendo al vescovo d'Aversa cancelliere del duca, che fosse da lei.
CAPITOLO XLV. LA DENUNZIA.
Il cancelliere, nel tempo che maestro Cecco faceva la natività della piccola Giovanna, si struggeva come la cera di esservi anch'egli, per appostare se nulla uscisse malaccortamente di bocca all'astrologo, che potesse dar presa a querele o ad accuse formali contro di lui; e poter poi metter la duchessa sulla via di giungere speditamente là dove volevano. Ma, non avendo saputo trovar via da andarvi, se ne tribolava assai, dubitando di perdere la più propizia occasione che mai potesse capitare. Quando però il donzello della duchessa fu a dirgli, che fosse da lei senza perdere un punto di tempo, egli ne indovinò qualche cosa di propizio, e corse sollecitamente dalla sua signora, la quale vedendolo, nulla disse a parole, ma lo accolse con un ghigno di tal feroce satisfazione, che il frate comprese il tutto, e disse:
— Madonna, voi siete senza fallo più valente di me, e di messer lo Inquisitore.
— Ah, ah — rispose ridendo la duchessa, che pareva pazza dalla gioja — non lo sapete, messere, che noi donne, quando ci mettiamo di proposito a volere una cosa, avanziamo qualunque gran dottore e scienziato? Lo scellerato ascolano è rimasto nel laccio; e il duca è vinto. Ma non bisogna addormentarsi; chè Cecco è accortissimo, e il duca mutabilissimo. Fate che maestro Dino si metta tosto d'accordo con messer lo Inquisitore: faccia tosto la denunzia; e purghiamo una volta il mondo e la corte da tanto obbrobrio.
— Farò di essere senza indugio a maestro Dino, e ci studieremo di non mostrare meno zelo e meno accortezza che abbia fatto in questa bisogna la signoría vostra.
E veramente uscì immantinente di palagio, e corse da maestro Dino, che fu ragguagliato da lui di ogni cosa, e prese di ciò smisurata contentezza, esclamando come fuori di sè dalla gioja:
— Ah cane pateríno! finalmente vedrò la vendetta mia! Ora si parrà che cosa ti gioveranno le tue diaboliche arti: or si vedrà che cosa è questa tua gran sapienza astrologica — e dando in un infernale scroscio di risa, si volse al cancelliere — E' legge il futuro lassù nelle stelle, e non vi ha letto questo suo meritato fine! — E ridendo da capo, anche più sgangheratamente — Che bel falò, messer lo cancelliere! mi par già di vederlo dibattere tra le fiamme — e come era proprio ebbro dalla gioja, nè sapeva nemmeno quel che si dicesse, concluse: — Voglio essere io quello che appiccherà il fuoco al capannuccio, per più suo martorio, e perchè vegga che cosa gli sono costati all'ultimo gli scherni e le villaníe fatte a un mio pari. E' mi predisse ch'io morrei poco appresso di lui... Sciagurato! intanto falla tu la morte degli eretici, e de' negromanti. Al resto ci penserà la provvidenza; e ad ogni modo sarà quel che sarà: morirò contento dopo aver gustato la vendetta.
Al cancelliere stesso parvero troppo feroci tali parole, e messo amorevolmente una mano sulla spalla al maestro:
— No, bel maestro, non vi lasciate vincer troppo dall'ira, che potrebbe parere odio. Lodevole è lo zelo vostro; ma santo è quello zelo che avvampa i cuori misuratamente. Cecco d'Ascoli pagherà senza dubbio col fuoco le sue scelleraggini; e qualunque degno figliuolo di santa chiesa dee procacciare quanto è da lui che così sia, dove il peccatore rimanga nella sua perfidia; ma l'esultarne come voi fate passa i termini dello zelo, piglia faccia di odio e di bestiale vendetta; e forte mi dispiace il vedere così acceso da tali volgari passioni un uomo di tanta riverenza come voi siete.