Che gran divario di ferocia vi sia tra il santo zelo allegato qui dal Frate, tra quel santo zelo che pur dee procacciare quanto è da lui di far che gli eretici sieno arsi, e la esultanza di maestro Dino, che pur voleva quel medesimo, io veramente nol so comprendere, e nol saprà comprendere per avventura nemmeno il lettore, che, al pari di me, sia ignorante delle sottigliezze della teología scolastica, nella quale era il cancelliere solenne maestro, ed al quale riverentemente mi levo il cappello. Noi volgari chiameremmo ipocrisía quella del vescovo d'Aversa, e odio infrenabile quello di Dino; il quale per altro pare che alle parole del vescovo desse quel valore che loro diamo noi, perchè risposegli senza tante cerimonie in questa forma:

— Messere, o zelo santo, o odio senza termine, tutti e due vogliamo veder Cecco arso per eretico. Non facciamo dispute teologiche; ma pensiamo piuttosto a far sì che il solenne astrologo, il medico, il filosofo d'Ascoli non ci esca dalle mani.

— Bisogna, rispose il vescovo, incominciare dalla formale denunzia al sacro tribunale dell'Inquisizione. Piacevi egli il farla tosto?

— Se a voi pare che sia da far tosto, si farà: sol che non vi gravi l'assistermi.

E come il cancelliere assentì, così maestro Dino si pose a scrivere, parlando quel ch'egli scriveva, per istarne alla correzione del cancelliere; e cominciò in questa forma:

«Reverendo padre in Cristo Signore Gesù. — Io, maestro Dino, di maestro Taddeo del Garbo, medico e cittadino fiorentino, indegno figliuolo della santa chiesa cattolica, come colui che più non posso sopportare i garriti della mia coscienza, nè voglio andare incontro alle pene che il santo tribunale della sacra Inquisizione minaccia a coloro che i rei di eretica pravità non denunziano ad esso, acciocchè si possano revocare a penitenza, e, perfidiando nel loro peccato, dargli nelle mani della giustizia secolare, che gli metta alla pena del fuoco, come ordinano le sue leggi; denunzio a voi con tutta verità, e con ogni solenne giuramento, il nomato Francesco Stabili da Ascoli, per negromante ed eretico pestilentissimo. Affermo e giuro come, essendo in Bologna, fece un trattato sopra la Sfera, ammettendo che nelle sfere di sopra sono generazioni di spiriti maligni, i quali si possono costringere per incantamenti sotto certe costellazioni a poter fare molte meravigliose cose, mettendo ancora in quel trattato necessità alle influenze del corso del cielo.

«Affermo e giuro ch'egli insegnava come Cristo venne in terra, accordandosi il volere di Dio colla necessità del corso di astrología; e che doveva, per la sua natività, essere e vivere co' suoi discepoli vile e dispetto, e morire della morte che egli morì; e come l'Anticristo doveva venire per corso di pianeti in abito ricco e potente.

«Affermo e giuro che quel suo libello fu riprovato in Bologna, ed egli si ebbe sentenza e penitenza d'eretico, promettendo e giurando che più non l'userebbe: e che nondimeno, dispregiando la benignità del sacro tribunale della Inquisizione, e il fatto giuramento, e' lo ha seguitato ad usare in Firenze; dove altresì ha pubblicamente dette parole di dispregio contro i frati minori; schernito e vilipeso la efficacia delle papali scomuniche; esercitato la negromanzía e le arti magiche; vituperate le case de' grandi cittadini di Firenze, ajutando per opera di magía illeciti amori; e bestemmiato e deriso sempre le cose più reverende e più sante. — Tutto questo affermo e giuro nel nome della santa e individua Trinità, a gloria maggiore della santa madre Chiesa, per satisfazione della mia propria coscienza, per il formale debito di ubbidiente e fedele cattolico».

Terminato che ebbe messer Dino di scrivere, si volse al cancelliere, domandandolo:

— Parvi egli, messere, che questo sia il debito modo?