CAPITOLO XLVI. L'AMICIZIA ALLA PROVA.

Nel tempo che i due feroci avversarj di maestro Cecco affrettavano con ogni lor possa la rovina di lui, egli si argomentava per parte sua alla propria salvezza.

Uscito di palagio, come già il vedemmo, tutto spaurito dall'ira del duca, e così confuso della mente che non sapeva qual partito pigliare lì su quel subito; o di ripresentarsi al duca domandandogli perdonanza, e temperando il presagio con artificiate spiegazioni; o di fuggir subito: nè l'uno nè l'altro partito gli piacque, perchè il primo lo vedeva forse più pericoloso che utile; e il secondo parevagli inefficace preso così tosto, dacchè, potendolo indovinare i suoi avversarj, gli avrebbero messo i loro scherani alla posta in più luoghi, e acciuffatolo; e bisognava farlo con molta arte, e senza che veruno il sospettasse. Nè l'infelice maestro dall'altra parte si pensava che la tempesta potesse coglierlo così tosto. Primo suo pensiero fu quello dunque di correre da frate Marco, per pigliarne consiglio con esso. Andò; e il frate appena lo vide così spaurito, e con gli occhi stralunati, gli domandò ansiosamente che ciò volesse dire; e il povero Cecco, con parole di grande sgomento gli raccontò ogni cosa dal principio alla fine.

A questa notizia il frate rimase colpito come da un fulmine, e vide ben tosto quanto grande era il pericolo di maestro Cecco; nè stette senza pensiero nemmeno per sè medesimo, che di lui era amico e discepolo; e sapeva che, ricadendo Cecco nelle mani dell'Inquisizione, avrebbe avuto anche egli qualche briga con quel tribunale, della qual cosa ne aveva più orrore che della morte. E come gli uomini pensano generalmente più a sè che agli altri; e molti, per non soffrire danno lievissimo, e anche per sospetto di poterlo soffrire, chiudono il cuore a' più dolci affetti e postergano dovere e lealtà, così frate Marco, non tristo in fondo del cuore, ma debolissimo e pauroso, non ch'e' volesse abbandonare Cecco del tutto, ma avrebbe voluto vederlo da qui innanzi lontano da sè e dal convento, per non entrare in brighe. Il perchè gli diceva, così tra il compassionevole e il pauroso:

— Maestro, il caso vostro mi empie il cuore di amarezza: ma forse non sarà così grave..... Io, d'altra parte, che volete ch'io possa appresso i duchi, e gente sì fatta?... E poi sono frate: questo mio priore è uomo di cuore durissimo; ed egli e molti frati qui mi hanno garrito più volte del venire ad ascoltare le letture vostre. Potrei rovinar me, senza salvar voi.

Ma, accorgendosi che queste sue parole facevano troppo amara impressione sull'animo del maestro, prese tono un poco diverso:

— E poi, bel maestro, ma dove sono questi pericoli che andate dicendo? Badate che la paura non vi sopraffaccia. Monsignore lo duca non può così ad un tratto aver perduto l'affezione e la stima che ha sempre avuta per voi; e se gli avete parlato secondo che dettava la scienza, ed egli vi ha dato licenza di parlare, e sicurtà che qualunque cosa diceste non sarebbe per venirvene male, non so davvero su che si fondino i vostri timori di così presente pericolo.

— Frate Marco — disse Cecco tutto dolente — la paura ha sopraffatto voi, ed ha soffocato nel cuor vostro l'amicizia e la gratitudine.

— Ohimè! maestro: e potete voi credere tanto male di me?... E che ne può un povero frate nelle cose delle corti?...

— Ma io non voleva ajuto da voi, voleva solo consiglio....