La mattina per tempissimo la badessa fu in piedi, e ordinato il tutto da sè medesima per l'asciolvere, mandò dicendo alla Simona che fosse tosto al convento, che c'era un nobil messere venuto da Firenze, e suo conoscente, il quale aveva mostrato desiderio di vederla: facesse pertanto di venirci il meglio assettata che poteva. Quella povera donna, avuta l'ambasciata, entrò tutta sottosopra: cercò nel soppidiano le migliori vesti ch'ella avesse tra le sue robicciuole: si ripicchiò tutta; si lisciò quanto più potè; e mentre andava di qua e di là per la povera sua stanzuccia, o cercando questa cosa, o appuntandosi quell'altra, diceva fra sè:
— Un nobile messere venuto di Firenze? Chi può egli essere costui? Eh, il mio sere, buona memoria, conosceva tanti nobili messeri di Firenze che spesso venivano da lui... E vuol veder me? E perchè vuol veder me? Si ricorderà di qualche manicaretto... Non sarebbe egli il negromante?.... Eh, da lui non ci vado io. E poi il negromante dalla badessa! una così santa donna!... Nè lei il chiamerebbe un nobil messere. Il bel cavaliere per avventura? Eh, andiamo, Simona, ti par egli che un sì nobile, sì ricco e sì segnalato uomo quanto il sere mi diceva essere quel cavaliere, volesse ricordarsi di te, e desiderar di vederti?
E pur ringalluzzandosi tutta, continuava:
— Sì! o non mi disse il bel cavaliere tante cose benigne? o non mostrò d'invidiare anche il sere, perchè avesse al suo governo una valente femmina mia pari? — proprio disse così: valente femmina; me ne ricordo come se fosse ora, e ho tuttora nelle orecchie il dolce suono di quelle parole.
E tra questa e altre diverse congetture, che tutte però ritornavano in questa, compiutasi di mettere in punto, tutta bella che pareva una sposa, si avviò al monastero, dove arrivò appunto in quella che Guglielmo e la Bice avevan fatto l'asciolvere, e stavano nel cortile dinanzi alla porta, respirando quell'aria pura e balsamica. Guglielmo era vestito con l'abito civile alla fiorentina, e col capuccio in capo; e la Simona, che appunto in quell'ora infilava in un assai lungo viale di alberi che metteva nella corte, vide il cavaliere molto da lontano; ma quell'abito alla civile, quella donna che vedevale accanto, le cancellarono tutte le sue illusioni, e diceva tra sè e sè:
— È quello laggiù per avventura? Semplice ch'io fui! e io mi pensavo che fosse il bel cavaliere colui che ha mandato per me? — E tutta indispettita: — E mi son messa addosso quella po' di robicciuola dalle feste per comparirgli innanzi più appunto ch'io potevo? E poi chi sa chi è! Qualcuno forse di quei morti di fame di fiorentini che tanto spesso venivano dalla buona memoria del mio sere a levare il corpo di grinze.... E quella femminuccia che ha seco, che la par proprio una rocca sconocchiata?
E sempre andava innanzi ogni passo più di mala voglia. Quanto per altro più si appressava, e più le appariva gentile di aspetto e di persona il cavaliere, e più bella e più aggraziata la donna. Intanto Guglielmo avea ben riconosciuto la Simona, ed avviossole incontro insieme con la Bice; nè le si furono troppo avvicinati, che anche la Simona ravvisò il cavaliere, e ne rimase quasi interdetta diventando di mille colori. Guglielmo, accortosi della costei confusione, si studiò di farle quel più di coraggio che potè:
— Monna Simona, riconoscetemi voi? Non vi ricordate di quel cavaliere che fu a Settimello con frate Marco de' predicatori? Mi ricordo ben io di quella così garbata cena che voi ci faceste; nè, venendo in queste parti, e sapendo che voi ci eravate, ho voluto partirmene che prima non vi riveda. Che è dunque di voi? In quanto a sanità, vedo che n'è bene; che mi parete più giovane di quando vi vidi la prima volta...
— Sire cavaliere — rispose la Simona, cui le benigne parole di Guglielmo avevano tolta ogni peritanza: e fatto prima un riverente inchino alla Bice, — ora vi ravviso, e son tutta confusa che un gran messer vostro pari si sia ricordato di una povera fantesca... Ah! ma neanche fantesca son più! — disse riprendendosi, e asciugandosi una lacrima con la cocca del grembiale.
— Povera Simona! ho saputo la disgrazia del vostro buon sere, e quanto dolore ne avete preso.