CAPITOLO XLIX. LA DIPARTENZA.
La nottata poi fu travagliatissima per la povera badessa, e quanto si avvicinava il giorno tanto si faceva più grave la sua mestizia. La Simona, lieta quanto suor Anna era trista, picchiò alla porta del monastero che il sole non era per anco levato; e come la badessa era alzata anche essa, così vi andò tosto, mostrando la sua letizia con parole ed atti accesissimi, ringraziandola altresì dell'essere ella stata gran cagione di questa sua lieta ventura.
— Codesta è veramente grande ventura, buona Simona; ed io, credilo a me, te ne porto invidia.
— Madonna, scherzate voi forse? voi invidiare una misera fantesca?
— Ah, povera Simona! tu non comprendi i segreti del mio cuore.... — e accorgendosi che era per dir cosa, che alla Simona sarebbe parsa strana troppo in una donna della sua qualità, si riprese così: — tu non puoi comprendere quanto sia l'affetto che io posi alla Bice mentre fu qui al monastero: ancora tu non puoi conoscere che angelo essa è. Verrà giorno che forse tutto comprenderai: e non potrà fare che allora tu non dica: Suor Anna aveva gran ragione d'invidiarmi.
Mentre la Simona stava per replicare alle parole della badessa, entrarono Guglielmo e la Bice, già preparati per cavalcare; ed anch'essi mostravano apertamente nel loro aspetto il dolore della partenza. Suor Anna allora, voltasi alla fantesca:
— Va, buona Simona, va a sollecitare anche tu la cavalcatura, che già terza è sonata, ed i tuoi novelli signori non è dicevole che aspettino te.
E come prima la Simona fu uscita dalla stanza, tirati i due sposi nella sua cella, si volse a loro con occhi tutti lacrimosi:
— Figliuoli miei, questi due giorni che siete stati qui da me, la presenza vostra mi ha fatto rivivere nella mia gioventù, quando tutto mi arrideva, quando da tutti ero acclamata e desiderata. Ma questa è stata la luce vivissima che precede lo spegnersi d'una lucerna. Io non vi vedrò più: di accompagnarvi fino alla porta del monastero non mi regge il cuore, nè mi reggerebbero le gambe. Addio: siate felici per lunghi anni; e ricordatevi qualche volta della povera Gismonda di messer Ramondo.
La badessa disse queste parole con tale accento di sfinitezza, e così pallida nel volto, che que' poveri giovani ne rimasero accoratissimi. Guglielmo poi al dolore aggiunse gran meraviglia per le ultime parole di suor Anna, e accostandosele, disse sotto voce: