Come di fatto, giunti alla chiesa, scavalcarono tutti quanti, e il nuovo prete, sentendo giù questo scalpiccío di cavalli, e veggendo poi sì nobile coppia e così bene accompagnata, non sapendo a che pensare, scese giù per domandare che cosa piacesse al cavaliere e alla dama. Guglielmo significogli il pietoso desiderio loro, al quale il prete si porse volonterosamente, e aperse loro la chiesa, dove la povera Simona si sentì tanto consolata e tanto addolorata ad un'ora per la ricordanza e del suo buon sere, e di quei luoghi dov'essa era stata quasi come padrona, che piangeva come una vite tagliata, e non sarebbe mai uscita di lì. Ma fattane accorta dal fante di messer Guglielmo, si levò di ginocchione, ed uscì con gli altri di chiesa, non senza voltarsi e rivoltarsi indietro a guardare il luogo dove sere Gianni era sepolto. Dopo questo pietoso atto, il cavaliere e la Bice, ringraziato il prete della sua cortesía, e lasciatogli buona limosina per l'anima di donno Gianni, seguitarono il loro cammino, e furono ben tosto a Firenze, dove messer Geri gli aspettava a braccia aperte, così per il desiderio di rivedergli, come per sapere novelle della badessa. Della storia di madonna Gismonda e del cavaliere Ramondo, Guglielmo aveva confortato la Bice che non ne parlasse a suo padre; il perchè, recatogli salute da parte della badessa, e dettogli come ne era assai bene, e come era stata lietissima del vedergli e del trattenergli, dopo altre poche parole si ritrassero nelle loro stanze a prender cibo e riposo. Ma qui mi bisogna tornare un passo addietro.

La Simona, che mai alla sua vita non era stata a Firenze, e che non si pensava poterci essere al mondo stanza più magnifica di Calenzano, e delle castella del suo Mugello, come prima scorse da lontano le torri, onde allora la città nostra era piena, rimase stupefatta, e domandò al fante:

— Che è quella cosa laggiù che pare come una selva di grossi cipressi?

— È Firenze — rispose il fante; e la Simona:

— Ohimè! e com'è ella Firenze? e che sono quelle cose tanto alte?

— Sono le torri dei palagj fiorentini.

— E anche il palagio di madonna Bice è come quelli? e noi dovremo star chiusi in quelle torri?

— Eh! monna Simona, troppo agiato abituro ti vorranno parer quelle torri! Aspetta di essere a Firenze, e vedrai.

E di fatto, come la buona Simona fu entrata in Firenze, non sapeva raccappezzarsi se sognava o se era desta, così nuovo miracolo gli pareva tutto ciò che vedea; e quella tanta frequenza di popolo, e logge e palagj, e piazze, ed allegre brigate qua e là, e botteghe ricchissime di panni e di seta, le avevano proprio fatto un capo come un cestone, chè, arrivata alle case dei Cavalcanti, non sapeva più in che mondo si fosse. E quivi forse la meraviglia si accrebbe al vedere la magnificenza di quella nobil magione; e riavuta che si fu un poco, le pareva d'essere da quanto una regina; e più che regina le parve di essere quando la Bice, chiamatala a sè e condottala essa medesima nella stanza ove si custodivano i panni lini, le disse con atto e voce benignissima:

— Ecco, monna Simona, ch'io ti mantengo la promessa: qui tu starai a custodia di tutta questa roba — e si mise ad aprire casse, cassapanche ed armadi, tutti pieni di panni lini — e qui — disse aprendo un assai recipiente stanzetta — qui tu starai a dormire, vicina, come vedi, alla camera mia. Ci starai tu volentieri?