«Noi frate Accorsio da Firenze, inquisitore della eretica pravità, significhiamo a voi, invittissimo e potentissimo signore, monsignore duca Carlo di Calabria, signore della città e comune di Firenze, come il nomato Francesco Stabili da Ascoli, il quale ripara alla corte della vostra invittissima signoría, già condannato per eretico a Bologna, è ora stato solennemente denunziato dinanzi al nostro tribunale per eretico relasso da persone probe e discrete, e come noi sappiamo altresì di nostra certa scienza. Ricordiamo pertanto alla vostra invittissima signoría l'obbligo strettissimo che ha ciascun figliuolo di santa chiesa di denunziare non solo i così fatti al tribunale nostro, ma anche di secondare l'opera nostra, acciocchè il reo sia dato nelle mani dei nostri ministri; e ricordiamo altresì le pene di gravissima scomunica che si minacciano a coloro che fanno il contrario. Laonde, non volendo noi mandare i ministri nostri in palagio a prendere il reo, per quel rispetto che ciascuno deve avere alla dignità e persona vostra, vi preghiamo che vi piaccia di essere voi quello che per vostri fanti il mandiate preso al nostro tribunale, acciocchè questo misero sia revocato a penitenza, se il Signore gli tocca il cuore; o punito con le pene temporali ed eterne, se perfidia nell'errore».
Piegata e suggellata la lettera, andò fra Cherubino dal cancelliere che tosto la recasse a monsignore lo duca; e non era passata mezz'ora che già il vescovo era alla presenza del duca. Il quale, letta la lettera dell'inquisitore, stette un poco sopra pensiero, e poi esclamò:
— No, farei troppa villanía della mia fede. Diedi balía a maestro Cecco che parlasse senza ritegno, e nulla temesse da me. E ora dovrò darlo io stesso in mano de' suoi nemici?
— Che nemici dite voi, monsignore? quel maestro Cecco è eretico, ed eretico relasso. Voi potete bene perdonargli gli scherni e le vituperose ingiurie fatte a voi, e a madonna la duchessa; ma, pensate, che messer lo inquisitore ha, in materia d'eresía, tutte quelle facoltà che ha il papa, e che il difendere un eretico, e sottrarlo al tribunale dell'Inquisizione, vi chiama addosso l'ira di messer Domeneddio, e la scommunica maggiore.
Il duca, a cui il sentirsi ricordare le villaníe e gli scherni di Cecco aveva fatto ribollire il sangue, e che la scomunica temeva, se non per altro, per i tristi effetti civili che allora portava con sè, disse al cancelliere:
— Difendere maestro Cecco, o sottrarlo alla giustizia, no: solo non voglio essere io quegli che il dà preso ai ministri della Inquisizione. Io gli comanderò che mi esca di palagio: faccia il rimanente l'inquisitore.
Il cancelliere, che sapeva le diligenze fatte dall'inquisitore, perchè Cecco non potesse uscirgli dalle ugne, non volendo tirar troppo, per paura che la corda non si strappasse, si mostrò contento, e disse di sperare che anche l'inquisitore vi si acquieterebbe. Il perchè il duca, avuto a sè tosto messer Gualtieri di Brienne:
— Bel cugino, gli disse, fa che tu comandi in mio nome a maestro Cecco d'Ascoli che si parta dal palagio e dalla città di Firenze di qui a domani; e tu dara'gli quella moneta che crederai sufficiente al suo viatico. Fa che il mio comandamento sia tosto eseguito.
E il duca d'Atene, detto che ogni cosa sarebbe fatto secondo la volontà di lui, fatta riverenza, uscì della stanza; e poco appresso anche il cancelliere tolse commiato; nè fu lento a correr prima dalla duchessa a ragguagliarla del tutto, e poi a Santa Croce dall'inquisitore per quel fine medesimo, e per ordinare le cose in modo che la preda fosse più che sicura.
All'inquisitore bastò che il duca non assumesse apertamente la difesa di Cecco, e fosse indotto a comandargli di abbandonare il palagio e Firenze; e parendogli cosa fatta, non pensò più ad altro che a raddoppiare le poste alla caccia di lui, ed a tenere ragguagliato e ben desto fra Cherubino, a cui era commessa l'impresa; ed a preparare il processo, ordinando insieme col cancelliere quali potrebbero essere i testimoni più acconci da potere interrogare in questa bisogna, incominciando da coloro che gli si erano mostrati più affezionati, ed erano stati seguaci suoi, per avere occasione di far loro pagar cara l'amicizia all'eretico ponendogli al tormento.