Il primo che venne alla mente di ambedue fu frate Marco de' predicatori; e se non fosse che al cancelliere parve inopportuno, l'inquisitore voleva involgerlo qual reo nel processo medesimo di Cecco, come colui che, a quel mo' sacerdote, e consapevole che Cecco era già stato condannato per eretico, tuttavía andò sempre a udirlo leggere, e le sue pestilenti dottrine tenea per autentiche: ma si contentò di udirlo per testimonio, a' conforti, come ho detto, del cancelliere, il quale temeva che ne nascesse troppo scandolo tra' frati predicatori.
Avrebbe voluto l'inquisitore che si udisse pure Guglielmo, il quale di Cecco si era mostrato sempre amico e difensore; ma anche qui il cancelliere fece veduto al furibondo frate, che era pericolo manifesto a stuzzicare tal vespaio, dacchè, essendo messer Guglielmo così grande, non solo appresso il duca, ma anche presso il re Roberto; così ben voluto e careggiato dal comune e dal popolo di Firenze; e così prode e animoso e disdegnoso, c'era il caso che se ne levasse gran rumore, che il duca stesso ci mettesse le mani, e così nascer tal subbuglio che Cecco stesso ne potesse uscir salvo. Il perchè, pesato maturamente ogni cosa, si propose di citare alcuni testimoni volgari, più per apparenza che per altro, e tra' seguaci di Cecco di qualche qualità, citare il solo frate Marco de' predicatori: al qual effetto l'inquisitore mandò tosto significando al priore di Santa Maria Novella che, dovendo uno de' suoi frati, frate Marco da Prato, essere udito per testimonio in un processo così e così, fosse contento di comandargli che si appresentasse al sacro tribunale della Inquisizione per tutto il giorno di domani. Frate Marco, come sanno i nostri lettori, erasi riparato nel Casentino per paura appunto di non esser involto nel processo di Cecco; e però il priore corse ed avvisare di ciò messere lo inquisitore, e che domani frate Marco non avrebbe potuto esserci; e l'inquisitore, indovinando, per qualche parola altresì che ne aveva udita, il frate dover essere uscito da Firenze per questa paura; e temendo che, se il priore lo richiamava per questo, egli potesse mancare alla obbedienza; avvertì il priore di tale pericolo, e che, dove frate Marco non comparisse, ne sarebbe appresso la sacra Inquisizione gravato egli; e però nella lettera non gli accennasse, neppur lontanamente, nulla di questo fatto, e solo strettamente gli comandasse di tornare, sotto colore di una gravissima bisogna dell'ordine, che gli sarebbe facile l'immaginare, come veramente fece il priore.
CAPITOLO LI. CECCO È PRESO.
Ogni cosa oggimai si accordava all'ultima rovina del povero Cecco.
Il duca d'Atene, che forse per una via o per l'altra avrebbe trovato modo di farlo uscir salvo da Firenze, benchè fosse troppo malagevole, per la sollecita guardia che facevano il cancelliere e l'inquisitore, dopo che fu stato alla presenza del duca Carlo, e sentito che, lì, udendo il cancelliere, comandò che Cecco uscisse dal palagio e da Firenze, e che gli fosse data moneta per il viatico, si pensò che questa fosse l'unica pena da doversi dare al maestro, consenziente anche il cancelliere, e che il processo d'eresía più non si avesse a fare. Laonde tutto lieto, andò in camera sua, dove Cecco stava appiattato, e gli disse:
— Su, maestro, fatevi animo; i vostri nemici, è vero, volevano farvi il processo di eretico; ma pare che monsignor lo duca abbia potuto stornare questa fiera burrasca, e che voglia star solo contento a discacciarvi dalla corte e dalla città: ed io debbo, in nome suo, farvi questo comandamento, che il facciate per tutto domani, e darvi anche moneta sufficiente al viatico vostro, secondo dove volete andare a riparare.
Cecco respirò un poco a queste parole; ma non furono per altro sufficienti a levargli la paura da dosso.
— Sire Gualtieri; ma monsignore lo duca e il cancelliere, hanno proprio detto apertamente che il processo non si farà?
— Non lo hanno detto; ma quando il duca vuol che usciate da Firenze e vi fa dare moneta per il viatico, mi pare che se n'abbia a inferire che processo non si farà.
— Parrebbe che così dovesse essere; ma troppo sono feroci i nemici miei, da contentarsi di pena sì piccola; e troppo sono potenti e dispregiatori delle signoríe temporali, da pensare che questo debole freno, o gli faccia volgere indietro, o nemmeno gli arresti nel furibondo corso del loro fanatismo. Fate, sire Gualtieri, ch'io esca salvo di qui: vestitemi l'arme d'uno de' vostri provigionati; e stanotte....