— Maestro, il vestir l'arme de' miei provigionati, quando veramente fosse vero ciò che sospettate, non si può fare, chè ne sarei degnamente garrito da monsignore lo duca e ne entrerei in brighe con la Inquisizione; nè di notte sarebbe buono l'uscir di palagio, chè senza fallo ogni passo troveresti chiuso, e come i provigionati la notte non vanno per la città, così ne sareste preso, se non da' vostri nemici, da' fanti del podestà. A me parrebbe più sicuro che partiste domani per tempissimo; e se pure avete paura di essere appostato, e non volete andare co' vostri panni, io darovvi quelli di un mio fidato cameriere, che vi somiglia nella persona e nel volto, sol che vi facciate radere la barba.
Cecco si acquetò a tal consiglio, e ne ringraziò caramente il duca d'Atene, che per quella notte il fece dormire in una stanzetta vicina della sua camera; dicendogli che allo spuntar del giorno sarebbe andato egli stesso a dirgli il momento opportuno da poter uscir di palagio. Che il povero Cecco potesse prender sonno in tutta la notte non fu possibile, tra per la paura che aveva di ricascare nelle mani dell'inquisitore, e per i disegni che faceva infiniti, l'uno diverso dell'altro, del dove riparerebbe; e come, potendo uscire salvo da Firenze, prender vendetta comecchessía de' suoi nemici. Ma all'ultimo fermò che sarebbe ito o da qualche potente signore ghibellino, o alla corte stessa del Bavaro, il quale accennava già di portare strage e rovina alla parte guelfa, della quale e il re Roberto, e il duca di Calabria, erano i più potenti sostegni.
Come prima fu dì, messer Gualtieri fu a maestro Cecco co' panni del suo cameriere, i quali erano di foggia francese; e Cecco, vestitosene tosto, il duca gli die' dodici fiorini d'oro per suo viatico, e raccomandatogli prudenza, ed osservato prima, se per la via fosse alcuno, gli disse che poteva uscire. Quando l'infelice maestro passò la soglia dell'uscio, provò tal passione al cuore, che fu per cader tramortito: poi, richiamati tutti i suoi smarriti spiriti, cercò di farsi quella più forza che potè, e si mise in via, su verso la porta Ghibellina; ma andava come la serpe all'incanto, e da principio faceva, come suol dirsi, un passo innanzi e due indietro: poi, fatto un animo risoluto, cominciò a tirare innanzi animosamente. Non avea fatto per avventura dieci passi, quando vide sbucare da un canto un frate minore, che e' non penò a riconoscere per quel frate medesimo il quale ebbe parole acerbe con lui il giorno che si pubblicò la scomunica contro Castruccio, e voleva cacciarlo di chiesa il giorno delle esequie di messer Guccio da Casale.
Gli si ghiacciò il sangue, e tennesi morto. Fuggire? ma sarebbe uno scoprirsi: e poi dove? Tirò dunque innanzi, con quella maggior franchezza che potè, rimanendogli pure un fil di speranza, che quell'abito, e quell'essersi raso la barba, potesse celarlo all'acuto sguardo del frate; il quale di fatto non aveva sospettato che quel così vestito alla francese potesse esser lui.
Tuttavía, com'esso gli andava incontro, cercò di passargli più appresso che potè, col proposito di entrare in parole con esso, che vedeva essere uscito di palagio, per tentare se poteva ritrarne qualcosa a proposito dell'ascolano; e quando gli fu accosto:
— Dio vi dia il buon dì, messere; venite voi di palagio?
Cecco tremava come una foglia, e simulando alla meglio accento francese, rispose ch'e' veniva di palagio, e che andava con gran fretta per certa bisogna di monsignor lo duca d'Atene suo signore.
Al frate non riuscì nuovo il suono di quella voce, e cacciandogli ben gli occhi addosso, tosto lo ebbe riconosciuto; ma senza farne alcuna dimostrazione:
— Volevo domandarvi, continuò, se alla corte ripara sempre quell'eretico maledetto di Cecco d'Ascoli, che noi cerchiamo per mandato del sacro tribunale dell'Inquisizione; ma — disse qui con ghigno infernale — ma dacchè vedo che quel maledetto da Dio sei tu stesso — e qui lo afferrò per un braccio — mi risparmio di domandarne, e ti impongo di seguirmi dal reverendo inquisitore.
Il frate era forzutissimo; e Cecco, oggimai vecchio ed a quel mo' scarso della persona, era fievolissimo, nè poteva in modo veruno sghermirsi dalle fiere mani del frate: il perchè mise mano a uno stiletto che aveva a cintola per liberarsene così; ma il frate fu più lesto di lui, chè, veduto appena l'atto, il serrò fortemente tra le braccia, che non poteva nemmeno alitare; e fatto il segno, uscirono d'una casa dirimpetto molti berrovieri e mascalzoni, e legategli le mani dietro, il menarono preso al vescovado, tra' più vili scherni di fra Cherubino, a' quali Cecco mai non rispose, nè diede segno veruno di turbarsene. Se l'inquisitore, che tosto il seppe, fu lieto del felice esito di tale impresa è agevole l'immaginarlo. Andò senza metter tempo in mezzo al vescovado per conferire col vescovo il modo del processo; nè vollesi tosto vedere il reo, ma comandarono che fosse chiuso nella più sicura prigione; e mandò tosto significando della duchessa, al cancelliere ed a maestro Dino che gli zelanti figliuoli di santa chiesa potevano star lieti, dacchè finalmente il pestilente eretico era nelle sue prigioni.