La prigione, dove fu chiuso il misero maestro Cecco, era la più orribile di tutte le altre. Posta giù ne' sotterranei del vescovado, pigliava tanta luce da un piccolo pertugio quanta era sufficiente a scorgerne tutto quanto l'orrore; piccola per ogni verso quanto un uomo potesse misurare sei passi; con pareti non ben finite di intonacare; dove l'intonaco era intiero disegnatovi grossamente col carbone stranissime figure di diavoli, che tormentavano anime dannate, con certe scritte che dicevano quelli esser diavoli, e i tormentati da loro essere tutti quanti eretici; in un canto era una grossa tavola di legno su quattro zampe, che doveva servire per letto, più là un vilissimo trespolo con uno sgabello; e questa era tutta la masserizia: il pavimento non era ammattonato, ma distesovi inegualmente uno smalto, in più parti screpolato; un puzzo di tanfo, che vi si respirava a fatica.

Pochi momenti dopo che Cecco fu chiuso in questo sepolcro, venne colui che era deputato alla custodia della prigione (allora dicevasi il prigioniere) recando un fastello di paglia da stendersi sul pancone; un grosso pezzo di pane nerissimo, ed una brocca d'acqua, con un altro vaso per le necessità corporali; e poste queste cose al lor luogo senza aprir bocca, uscì, e richiuse la prigione con terribile ruggíto del chiavistello, e con tre gravissimi giri di chiave. Come il povero Cecco fu rimasto solo, stette muto per lungo tempo, seduto sullo sgabello, e con le braccia congiunte sul petto:

— I miei nemici hanno vinto! sarà contento Dino del Garbo; sarà sazio il furore della duchessa e di questi frati.

E alzandosi tutto infocato, battendo il pugno su quel misero tavolino, che traballò e fu per andare in pezzi:

— Ma benedetto Dio! non gli farò lieti del mio pianto, nè di verun atto di fievolezza. So la spaventosa morte che mi aspetta, ma niuno vedrammi impallidire; e i miei feroci giudici stessi, e quel ribaldo di maestro Dino, e tutti coloro che mi odiano avranno paura di me, e non si attenteranno di pur fissare i loro occhi nei miei. Troppo vile e povera cosa sarebbe la scienza, se dovesse spaurire dell'ipocrisía e del fanatismo, e spaventarsi della morte. Venga, venga essa pure: niuno mi vedrà mutar aspetto; nè disdirò mai un punto solo di quella scienza che ho professato tanti anni. Mi uccideranno, ma la verità non uccideranno; questa sarà o prima o poi la regina del mondo, che sarà rinnovellato da lei; ed allora, ed io e coloro che andarono per essa al supplizio prima di me, e che vi anderanno dopo, saranno lodati e benedetti da tutti.

Queste parole disse con tanto sentimento e con tanta forza di volontà, che si sentì a un tratto un altro uomo; e non che egli stesse più in veruna apprensione del fatto suo, ed avesse orrore del suo stato presente, ma quasi se ne sentiva più forte e più degno, e non vedeva l'ora di provocare i più fieri tormenti e la morte, a trionfo della verità e della scienza, ed a confusione dei suoi nemici.

Tutte queste cose avvennero nei tre giorni che Guglielmo e la Bice erano stati in Mugello, tornati in Firenze la sera stessa del giorno in cui maestro Cecco era stato messo in prigione; e già tutta la città era piena di tale novella, chi compiangendo, come suole avvenire sempre, l'infelice ascolano, e chi rallegrandosene, e vituperandolo a più potere. Guglielmo non ne aveva sentito nulla finchè stette nelle case de' Cavalcanti, perchè neanche a messer Geri non n'era venuta notizia veruna; ma, uscito di casa per andare a corte di monsignore lo duca, prima di arrivare a palagio udì in varj capannelli che qua e là si erano raccolti sulla piazza della Signoría, parlare di presura di maestro Cecco, di inquisitore, di maestro Dino; ma non poteva sospettare di quello che pur troppo era vero, dacchè quando egli andò in Mugello, maestro Cecco era sempre careggiato alla corte e tenutovi in più onore che mai. Veduto però tra la gente uno dei suoi famigliari, lo chiamò a sè, e da lui seppe punto per punto tutto il fatto, del quale prese tal cordoglio e tale amarezza, che la maggiore non ricordava per avventura di aver provato ai suoi dì; e cominciò a pensare che via si potrebbe tenere per sottrarre a sì grave pericolo colui, che tante prove gli aveva dato di leale servitù ed affetto, e che era stato cagione prima e più efficace del lieto fine del suo amore con la Bice; e si tribolava di non essere stato in Firenze egli mentre si ordiva e si portava a capo la infame trama dai nemici di lui, che forse avrebbe potuto in qualche modo scompigliarla. Fra questi pensieri arrivò a palagio, dove il duca aspettavalo; e che, accortosi del suo grave turbamento, domandogliene con qualche sollecitudine la cagione.

— Monsignore, tristissima novella, testè saputa da me, hammi turbato per modo, che la morte mi sarebbe poco più amara. Un mio amorevole familiare; un solennissimo scienziato e filosofo; uno da cui in gran parte riconosco la mia domestica felicità, è nelle prigioni dell'Inquisizione, e per opera della gelosía, del maltalento, e dell'invidia.

— Voi parlate, bel cavaliere, di maestro Cecco d'Ascoli?

— Sì, monsignore, di colui che fu vostro familiare, che la vostra corte onorava con la sua scienza; che voi amava e riveriva quanto verun signore è stato amato e riverito dal più leale suo familiare; che del vostro buono stato fu sempre gelosissimo....