La Simona, contenta di quanto avea raccolto da fra Luca, uscì tosto di chiesa per ragguagliare di ogni cosa Guglielmo e la Bice, che pur desideravano sapere che fosse stato di maestro Cecco.

Questi, come aveva detto il frate alla Simona, doveva quel giorno stesso avere la prima disamina, e veramente in sull'ora di vespro il vicario mandò per esso, incominciando così l'interrogatorio.

— Qual'uomo se' tu, e che dottrina è la tua?

E il maestro rispose benignamente la sua dottrina essere quella della verità.

Allora il vicario, cominciò a domandargli, se fosse vero ch'egli professasse e avesse insegnato certe proposizioni ereticali, che ad una ad una esso gli significava; e maestro Cecco rispondeva sempre:

— Sì, le ho professate, le ho insegnate, e le credo: ma non sono ereticali.

Il vicario da queste sue confessioni ne tirava false conseguenze, e il maestro impavidamente le riprovava; e come il notajo scriveva tutta la sua confessione, il maestro protestò molte volte che esso non scrivesse altro che quello che gli diceva; e sulla fine della confessione protestò e disse:

— Se mai dicessi il contrario a questo, lo farei per paura della morte; ma non che questa non sia la verità.

Allora il vicario lo rimandò alla prigione. L'altro dì il vescovo fe' raunare il collegio dei maestri di teología; e mandato per Cecco, fu tratto fuori, e menato dinanzi a loro: e dopo molte ingiurie e scherni ricevuti da loro, fu letta la sua confessione del dì innanzi, alla quale erano aggiunte molte false conseguenze, alle quali rispondendo disse:

— Perchè avete scritto il falso, e quello che io non ho detto? chè n'avete a rendere ragione al dì del giudicio.