Nel tempo che si leggeva il processo maestro Cecco non cambiò aspetto, nè mostrò di fuori passione alcuna; solo, udendo che non avevano scritto quasi nulla, se non a lor modo, della confessione fatta; e udendo cominciare quella lettura Francesco Stabili, uomo di mala condotta e fama, egli disse quasi continuando, appresso i tristi e gli invidiosi; e spesso rimproverando il notajo perchè avesse scritto in modo diverso da quel che egli aveva detto. Finito che ebbe il notajo di leggere, fu invitato a porre il suo nome; e domandatogli per l'ultima volta se voleva pentirsi, rispose con ferma voce queste parole:
«Il pentirsi sta a te, vicario dello inquisitore, ed a voi falsi maestri; sta allo inquisitore, che, sotto mentito colore di zelo della santa religione, congiurati co' miei più fieri nemici, mandate me al più orribile di tutti i supplizj, me che di nulla son reo, se non d'aver combattuto gli errori vostri, e di vincervi tutti nello studio della verità e nell'esercizio della scienza. Il pentirsi sta allo sciagurato Dino del Garbo, che la sua molta sapienza ha vituperato, facendosi accusatore falso e carnefice di me, cui egli avrebbe dovuto onorare ed amare: sta a questo duca, che qui ora signoreggia, il quale non dubita di lasciare nelle unghie di queste belve feroci dell'Inquisizione, il più fido de' suoi familiari, che la sua corte onorava, nè si vergogna di lasciarsi sopraffare da preti e da frati. Ma io non ho di che mi abbia a pentire; nè disdico verbo di quello che ho detto, scritto, e insegnato. Alla morte andrò con faccia e cuore sicuro, perchè so che frutterà gloria a me, bene al mondo, infamia a voi tutti».
Avrebbe per avventura seguitato a dir cose anche più gravi, se non che la sua voce fu sopraffatta dalle villaníe e dagli scherni, così del vicario e dei maestri come dei loro mascalzoni: ed il vicario coi maestri si ritrassero in altra stanza per dare alla sentenza l'ultima forma; e stati un buon pezzo, tornarono poscia tutti quanti coll'inquisitore altresì; e il notajo lesse solennemente la sentenza, che fu in questa maniera:
«Al nome di Dio, amen.
«Noi frate Accorso da Firenze, per autorità apostolica inquisitore dell'eretica malignità nella provincia di Toscana, a tutti i fedeli in Cristo vogliamo che sia noto, come per fama pubblica, anzi infamia, e per fede di probi e discreti uomini, maestro Cecco, figliuolo già di maestro Simone degli Stabili da Ascoli, spargeva diverse eresíe per la città di Firenze, e quello che è più detestabile, certo suo libello sopra la Sfera, profano ed eretico, il quale compose dettandogli il diavolo per sua dannazione, e contro la promessa o giuramento suo proprio, lo dettava come maestro per le scuole. Laonde, non volendo noi per debito di ufficio, e salva la coscienza, mancare di ritrovar la verità delle cose predette, e trovato che tutte le dette cose erano vere, facemmolo condurre alla nostra presenza, ed esaminatolo con giuramento corporale di dire la verità, da lui fatto senza veruna oppressione di forza, per sua libera e spontanea volontà disse e confessò ch'egli avea detto e dommatizzato, pubblicamente leggendo:
«Che un uomo poteva nascere sotto la costellazione di essere appiccato o decapitato, se Iddio non ritenesse l'ordine della natura, benchè per potenza di Dio assoluta potesse essere altrimenti.
«Ancora che avea detto che nella quarta ed ottava sfera erano uomini felici di divinità, i quali si chiamano Dii Naber, che mutano le leggi naturali più o meno, come fu Moisè, Ermete e Simon Mago.
«Ancora avea dommatizzato che Cristo avea avuto la libra per ascendente, e però per predestinazione dovea morire di quella morte che morì, la quale fu giusta; e perchè Cristo ebbe il Capricorno nell'angolo della terra, però nacque in una stalla; e perchè ebbe lo Scorpione, però dovea esser povero; e perchè ebbe Mercurio in Gemini nella nona parte del cielo, però doveva avere scienza profonda, sotto metafore. E più, che l'Anticristo verrebbe non in forma di poltrone, come Cristo, nè accompagnato, come lui da poltroni[36].
«Ancora confessò che dinanzi a fra Lamberto da Cingoli, da cui fu processato a Bologna, maledisse ogni eresía ed ogni credenza degli eretici astrologi; e giurò di essere cattolico, e fece penitenza degli errori dei quali fu allor condannato.
«Disse e confessò che dopo la predetta abjurazione aveva insegnato a Firenze tutti gli errori e le eresíe abjurate; e come per iscienza di astrología si poteva sapere il corso di tutta la vita degli uomini, e se un principe o capitano sarebbero felici o no nelle loro imprese.