Maestro Cecco fu menato al detto messer Jacopo da Brescia, legato colle mani dietro; e con molta furia di parole ed atti irosissimi gli fe' mettere i ferri in gamba, e per quella notte rinchiudere in strettissima prigione. La mattina seguente fu menato dinanzi a messer Jacopo, il quale aveva avuto il processo, che gli fece leggere da capo, e il maestro raffermò quello che aveva detto dinanzi all'Inquisitore. Allora messer Jacopo disse:

— Vedi, maestro, o tu fai quello che io voglio, condannando i tuoi errori, e le tue eresíe, o io ti spaccerò.

E il maestro:

— Stolte sono le tue parole; la invidia e la ignoranza mi hanno condotto qui; ma la verità non si muta, e troppo è più forte di esse.

Intanto già era cominciato a sonare, come dicevano, a condannagione, e poste fuori le bandiere, e armavasi la famiglia, quando venne un messo dell'Inquisizione, dicendogli:

— Maestro Cecco, tu vedi che la famiglia si arma per menarti alla morte. Io non so che uomo tu sei: perchè non credi quello che credono gli altri? Il Vescovo e l'Inquisizione mi hanno mandato qui, che io ti venga a dire, se vuoi ritornare alla chiesa e rimanerti dei tuoi errori, acciò che vegga il popolo che la chiesa è misericordiosa fino all'ultimo.

E il maestro senza verun segno di apprensione:

— La morte mi veggo dinanzi agli occhi, e non temo. Credo quel che è vero, ed i miei nemici sanno che io nol discrederò mai; e simulano adesso misericordia e benignità per ingannare il popolo come sempre hanno fatto.

Allora la famiglia lo trasse con grande impeto fuori della porta, e rimaso tutto solo tra berrovieri e mascalzoni, scalzo, con una gonnelluccia in dosso, parte de' bottoni sfibbiati, senza nulla in capo; e andava con la testa alta, senza verun segno di paura o terrore. Vi era tanto popolo che appena si poteva vedere; e a molti increscendone, gli dicevano: