E frate Marco, domandatogli come; Cecco, fattosi da principio dell'amore di Guglielmo, gliene raccontò capo per capo ogni minimo che, e conchiuse così:
— Voi vedete che messer Guglielmo ha oneste intenzioni verso la Bice, e non potrete negare che i Cavalcanti dovrebbero tenersi assai da più, se potessero imparentarsi con sì nobile cavaliere come lui. Ambedue que' giovani ardono di rivedersi... la cosa è onesta, perchè conduce a buon fine... voi siete domestico di messer Geri...
— Maestro, che domandereste voi?
— No, frate Marco, nulla di men che onesto, vi dico. Guglielmo parli alla fanciulla, al cospetto della sua matrona. Voi, so che questa matrona ben conoscete...
— È mia devota...
— Sì, sì, vostra devota; ed appunto per ciò consigliatela a fare quest'opera pietosa e santa. Su, bel frate: e se altro non potete, fate che almeno la vostra devota si abbocchi essa col cavaliere, che da lei si lascierà in tutto e per tutto governare.
Il frate si lasciò vincere a questi e ad altri più calzanti argomenti di Cecco; e senza indugio andò a casa Cavalcanti. Vide la devota sua, la quale, sapendo tutte le smanie della Bice, aveva già studiato ogni via da consolarla, e non le parve vero che gli se ne porgesse ora occasione; il perchè si proferse quasi da sè di parlare con Guglielmo, e pregò il frate che a lui desse la posta per la mattina di poi nel chiostro nuovo di Santa Maria Novella. La cosa fu condotta con tanta cura, che, non solo la matrona parlò il giorno di poi col cavaliere, ma potè recare la Bice a riceverlo nel giardino la sera del giorno medesimo. Chi intende amore per prova può facilmente immaginare la smania che ebbero i due amanti nel rimanente di quella giornata; i momenti parevano loro secoli; ciascuno ripeteva mille volte a se stesso le parole che avrebbe detto all'altro; ogni opera loro era fatta sbadatamente; non trovavano luogo; non potevano attendere a nulla; chè su qualunque cosa fermassero il pensiero, sempre risdrucciolava nel beato momento che gli aspettava la sera: e quanto più questa si appressava tanto più frequenti battevano i loro cuori. La posta era data alle quattro ore di notte, e non si domanda se Guglielmo fu puntuale; la Bice, nello scendere in giardino con la matrona, tremava come una foglia, e sentivasi venir meno le forze, tanto era sopraffatta, un poco dalla gioja, un poco dal timore e dalla novità dell'uscir di casa a quell'ora.
Era una delle più quiete sere d'estate, e la luna era quasi in pieno, che ci si vedeva come di giorno; a Guglielmo era stata data la chiave di un usciolo segreto; e come le due donne sentirono che quell'uscio si apriva, si fecero in là, e si trovarono dinanzi a lui, il quale, riconosciuta tosto la sua Bice, bramosamente la corse ad abbracciare, e presole il capo tra le palme delle mani, e baciatole e ribaciatole i capelli e la fronte, che tutta bagnolle di lacrime dolcissime, non potè per qualche momento articolar parola. La Bice anch'essa piangeva lacrime di dolcissima gioja, e la piena dell'affetto rendea muta anche lei, che soavemente appoggiava il bel capo sul petto del suo cavaliere; e solo dopo qualche tempo riavutisi da quella tanta commozione, Guglielmo ruppe primo il silenzio:
— Bice mia, quanti sospiri! quanti pianti! e mi avevi dimenticato?
— Guglielmo, non dire: mai mai non ho fatto un pensiero che non fosse di te in questi lunghissimi quattro anni; non preghiera alla nostra Donna, se non per te... quasi dimentica del mio buon padre. Ed ogni giorno, ogni momento sperava udir tue novelle, e questa sola speranza mi teneva in vita. E mai più nulla... e dubitavo... e piangevo...