E piegatala, e fatto il recapito, aggiunse:
— Fa che tu non perda mai d'occhio Guglielmo; e se vedi che egli entri nelle case de' Cavalcanti; e tu trova tosto modo che questo foglio sia dato nelle proprie mani di messer Geri. Va.
E da capo ritornò nelle smanie.
— E questo pateríno scomunicato di maestro Cecco, che promise a me di attraversare tal pratica, egli invece è stato colui che ha trovato modo che si veggano e si parlino. E presume ancora di schernirmi, dandomi a vedere che il fece per secondare la mia volontà, giungendo per altra via al medesimo fine. Sciagurato! Ma poco ha andare che tu sarai pagato di ogni tua rea opera, tali parole disse ieri al duca il suo cancelliere rispetto a te. — E chiamato un valletto, gli comandò che fosse al cancelliere, pregandolo che gli piacesse di venire da lei. Era questo cancelliere del duca un frate minore, vescovo d'Aversa, che appunto il precedente giorno aveva dato a conoscere al duca quanto fosse disdicevole il tenere presso di sè maestro Cecco, condannato già per eretico, in voce di negromante, e mancatore al fatto giuramento di non insegnar più le sue pestilenti dottrine; ma il duca non aveva dato cenno di volersi risolvere a nulla contro di lui, cui egli riputava scienziato solennissimo, ed era anzi ambizioso di tenerselo appresso. Esso frate avea disegnato di tentare a questo proposito l'animo della duchessa, per modo che ricevè lietamente l'invito di recarsi da lei, parendogli che veramente dovesse venirgli la palla al balzo, e tosto le fu dinanzi. La duchessa accolselo dolcemente; e fattolo sedere appresso di sè, con accorto parlare gli disse:
— Messere, io sto in un forte dubbio circa la mia coscienza, e non trovo bene di me; consigliatemi voi.
— Madama, rispose il frate, gli anni migliori miei gli ho passati nello studio della loica e della teología, e tutto quel poco di frutto che posso aver fatto, mi recherei a gran merito il poterlo spendere per voi.
— Sapete che il duca, mio e vostro signore, ha qui nella sua corte maestro Cecco d'Ascoli, cui egli in gran maniera riverisce per sommo scienziato e letterato. Non so se questa scienza di lui sia così grande; ma so, che egli fu condannato per eretico a Bologna: e benchè chiedesse perdonanza, e l'ottenesse mediante un giuramento di più non insegnare false dottrine, nondimeno si dice che al giuramento sia venuto meno, e che professi la eresía come prima. Se questo fosse vero, s'intende egli che sia come non fatta la perdonanza? può un buon figliuolo di santa chiesa tenerlo appresso di sè, e comunicare con lui? oppure si intende che partecipi alla scomunica chi nol fugge e caccia via?
Il frate, che vedeva essergli la palla venuta al balzo da sè inaspettatamente, non vi so dire se ne fosse lieto; ma, celando la letizia, e componendo il volto a solenne gravità:
— Madama, non ci ha dubbio che sia eretico relasso chi, condannato e perdonato, ritorni da capo al vomito; nè ci ha dubbio che partecipi alla scomunica chi, sapendolo, comunica con esso lui; nè può non tenerne gravata la coscienza chi nol caccia da sè, e nol denunzia alla santa inquisizione. Fino da ieri, sapendo di questo sciagurato ascolano, ne parlai con monsignore lo duca, pregandolo che cessasse da sè tanto scandalo, nè volesse incorrere nello sdegno e nelle censure di santa chiesa; ma egli non fece segno che gli piacessero le mie parole; e non posso dire quanto io ne sia addolorato per esso.
— Il duca ha troppo gran concetto della scienza di Cecco, e troppo gli sta a cuore di aver nella sua corte un astrologo così valente com'esso è: nè può, se non in casi estremi, risolversi a cacciarlo da sè.