— Mio parente! Chi? uno straniero? uno degli oppressori della mia terra? E tu non esiti di proporlo?

— Oppressori della vostra terra! Ma, e non siamo noi qui appunto per francare questa nobile terra dalle minaccie di Castruccio e della parte imperiale? E non mettiamo noi in servigio di essa le persone e gli averi?

— È ragione che all'onta si aggiunga lo scherno. Gli stranieri non combattono nè mai combatteranno per l'altrui franchezza e libertà; ma solo se l'acconciano sulle labbra per addormentare gli stolti che ad essi ricorrono, per poi tenere soggetti coloro cui vennero ad ajutare, ed avvantaggiarsene in qualunque tristo modo venga loro fatto. E tu, sleale cavaliere, tu mi parli di libertà e franchezza di questa terra, tu, che sei de' più accosti seguaci di questo duca, che la libertà fiorentina ha ucciso barbaramente, che ha turbato e disfatto i buoni ordini della repubblica, ha travolto nel fango la suprema dignità del gonfalonierato, manomessi i cittadini nell'onore e nella persona? E tu dici di amare la mia figliuola? Oh villan cavaliere! Ed ella ama te?.... Alla croce di Dio! prima vorrei vederla morta..... la ucciderei anche colle mie proprie mani, piuttosto che vederla nelle tue braccia. Va, non contaminar più lungamente con l'odiato tuo aspetto le case de' Calvacanti; e fa che più non ripassi queste soglie, chè vivo non usciresti; e sappi grado alla mia canizie, alla mia mal ferma sanità, se ti lascio ir salvo questa volta.

E con fiera guardatura gli additò la uscita del giardino.

Guglielmo sentiva montarsi le vampe al viso, udendo quelle furenti parole, e quelle fiere villaníe del vecchio Geri; e più volte si era sentito acceso a fargliele costar care; ma sempre se ne ritenne pensando alla Bice, e rimase sempre immobile e silenzioso. Solamente quando il vecchio ebbe finito quel suo violento sfogo, senza curarsi di nulla rispondergli, stiè contento ad esclamare:

— Bice mia, dono a te la vita di questo malnato vecchio — ed uscì dal giardino lasciandolo così vinto dal furore e dall'ira.

CAPITOLO XV. LA PARTENZA PER IL CAMPO E IL MONASTERO.

La mattina appresso, Firenze risonava tutta d'armi e d'armati: le strade e le piazze erano ingombre di salmeríe: le masnade dei tedeschi, bella e fiorita gente che teneano a soldo i fiorentini, erano raccolti sulla piazza S. Croce, ai quali erano stati aggiunti altri cento cavalli con cinquecento pedoni tutti in assetto di combattere: ed a questi comandava M. Biagio de' Tornaquinci da Firenze. La schiera dei feditori, giovani tutti e di franco cuore, bene armati di schiette armature, erano sulla piazza di S. Giovanni lungo la nuova fabbrica di S. Reparata, ed erano guidati come sappiamo da Guglielmo d'Artese, il quale aveva una nobilissima armatura con fregi d'oro, e montava il più bel destriero che si potesse guardar con due occhi; e facevano così bel vedere, tutti raccolti insieme a quel modo, che la gente si accalcava dinanzi a loro, e tutti non facevano altro che dire, e ciascuno fondava sopra di essi il buon esito della guerra. Le amistà, le genti del duca, erano in altri luoghi della città, già in punto per muoversi; e non altro si aspettava che il comando di lui, il quale aspettava per darlo, che maestro Cecco d'Ascoli facesse le sue osservazioni astrologiche e desse egli il punto, col pronostico di questa impresa di guerra. Finalmente il punto fu dato da Cecco, e le trombe squillarono immantinente, e la gente si mosse.

Il pronostico di Cecco fu, che messer lo Duca avrebbe grande onore di questa guerra, e Firenze se ne rifarebbe. E tra questo e la baldanza che ciascuno prendeva di così nobile e potente esercito, i fiorentini stavano a buona speranza e viveansi lieti; e salutarono le schiere che partivano con ogni modo di applausi e di lieti augurj.

Ma lasciamoli andare, chè non ci mancherà tempo di raggiungerli; ed intanto vediamo che cosa in questo mezzo avvenisse in Firenze, rifacendoci dalla nostra buona Bice, per la quale, non senza ragione, i lettori staranno in gran pensiero, in tanto travagliata condizione la lasciammo.