— Anche i fiorentini vi sono, e son valorosi; ma e' sono troppo pochi al bisogno, e a molti di essi suona un poco pauroso il nome di Castruccio, e hanno pensato meglio di restare a Firenze, comecchè giovani ed aitanti.
Il bell'umore intese la bottata, e la ingollò con un po' di stizza; ma altri giovani che erano nella loggia la intesero pur essi, e un di loro si volse come un aspide a Cecco.
— Eh, bel maestro, che dite voi di paura e di Castruccio? I fiorentini non hanno paura nè di Castruccio, nè di duchi, nè di imperatori; e voi fareste senno a non insultare di più questa città.
— Bel messere, lo so, che i fiorentini non hanno paura nemmeno degli imperatori; e mi ricordo bene di Enrico di Lussemburgo, che dovè levare l'assedio da questa nobile città. Io volli solo mordere dolcemente quel donzello che motteggiava con me: se ho detto qualcosa di men che onorevole ai fiorentini, me ne chiamo in colpa.
E quegli che dicea prima:
— Su, su, maestro Cecco non lo ha detto per male, e gli vuol bene a' fiorentini.
Intanto maestro Dino del Garbo si era accorto che Cecco era nella loggia; e udendo dire che esso voleva bene a' fiorentini, ruppe le parole in bocca a quell'altro, e continuò con voce non tanto bassa che Cecco nol sentisse:
— E alle fiorentine, se fa anche da mezzano ai loro amori.
Cecco dissimulò questa bottata, nè rispose verbo; ma disse così di traverso e a modo di sentenza questi due versi di Dante, torcendoli al suo proposito:
Superbia, invidia e avarizia sono