Le faville che ti hanno il cuore acceso:
poi, come rispondendo al suo difensore:
— Non ci ha dubbio che loro vo' tutto il mio bene, che amo la loro gloria e il loro buon stato, e che vorrei pur vedere alcuno dei prodi e gentili cavalieri di messer lo duca onorare di loro parentado le case nobili fiorentine; e ciò sarebbe potuto cominciare ad essere per opera mia, se la invidia e il mal talento non avessero fatto ogni sforzo contro il proposito mio, conducendo un ottimo vecchio quasi alla disperazione e all'odio della propria figliuola; e la più bella e gentile fanciulla di questa terra ad essere sepolta viva in un orrendo chiostro.
Queste parole disse Cecco per temperare la mala impressione che sull'animo degli uditori potesse aver fatto maestro Dino, quando toccò del suo fare il mezzano; e le disse con tono alquanto concitato, acciochè Dino comprendesse che gli erano note tutte le arti da esso usate contro l'amore della Bice, per odio e per invidia che aveva a lui.
Maestro Dino comprese il veleno di quel discorso, e come colui che era di ardentissima natura e di primo impeto, e l'odio che aveva con Cecco era veramente mortale, sentì accendersi di subita ira, e rittosi dalla sua panca, andò contro di esso tutto infuriato; e se non fosse stato trattenuto, avrebbe certo fatto cosa disdicevole alla sua gravità ed alla sua dottrina. Le esortazioni degli amici lo calmarono un poco; ma non potè fare che, rivolto a Cecco, non gli dicesse con piglio di minaccia:
— Tu ami la gloria dei Fiorentini? ed hai faccia di dire tal cosa, quando da te sono stati beffati Dante e Guido Cavalcanti, che sono le glorie maggiori di questa terra? quando l'amore di una de' Cavalcanti con un cavaliere straniero tu secondi per questo solo, che alle beffe dette contro di Guido, vuoi aggiungere il vituperio di messer Geri suo congiunto? E osi parlare di invidia e di mal talento tu, che sei consumato da queste abominande passioni, che informano ogni atto, ogni parola tua? Firenze è ben generosa che comporta di vedersi in seno i tuoi pari.
E come Dino diceva tali cose con voce alta e molto concitata, così la gente cominciava a radunarsi attorno alla loggia. Cecco sapeva quanta autorità avesse egli in Firenze, e vedeva bene che questo non era nè il tempo, nè il luogo da rispondere per le rime a quel vecchio insensato; il perchè si frenava quanto più poteva, e da ultimo temperatamente rispose:
— Maestro Dino, io non ho mai beffato, ho solo combattute le dottrine teologiche e filosofiche di Dante e di Guido; questa è cosa comune fra gli scienziati, nè è mossa da verun maltalento; e dovete anche sapere che in più luoghi delle mie opere io riconosco e celebro il sommo ingegno di Dante; e dovete sapere che Dante stesso non isdegnava di aver meco commercio di lettere. Io non ho nè invidia, nè odio a veruno. Leggemmo pure ambedue insieme a Bologna pochi anni addietro; e ben vi dee ricordare come la mia scuola fosse gremita di uditori e la vostra quasi deserta. Se fossi stato invidioso di voi, me ne sarei rallegrato in cuor mio; ed invece vi giuro che me ne addolorava come di cosa che toccasse me proprio.
Questo non potè tenersi di dire Cecco per mordere maestro Dino, e per vendicarsi in parte delle acerbe cose dette innanzi da lui. Come Dino ne montasse sulle furie è facile l'indovinarlo.
— Ben mi ricordo, o sciagurato, che leggemmo insieme a Bologna, dove co' tuoi aggiramenti ti venne fatto di essere tenuto e di farti chiamare maestro; ma ricordami ancora che ti ajutavi più che con altro con la negromanzia e con la magía; e che le pestilenti dottrine da te insegnate in opera di fede ti diedero in podestà dell'inquisizione, la quale solennemente ti condannò per eretico: mi ricordo che per esserne assoluto, facesti ipocritamente ogni penitenza; che solennemente giurasti di non più mai leggere quel tuo libro condannato; e so io, e sanno tutti, come hai attenuto il giuramento; chè qui nella propria Firenze, nella città più devota alla santa chiesa, quelle medesime dottrine eretiche insegni pubblicamente, e non cessi di usare le tue arti magiche e negromantiche, stando in continuo commercio col diavolo dell'inferno, dove non andrà molto che traboccherai in eterna dannazione.