Intanto la gente si accalcava sempre più, e udendo quelle fiere parole di un uomo a cui aveva tanta riverenza, cominciava a mormorare cupamente, e molti accennavano Cecco con atti non troppo benigni; il quale, vedendo il mare in burrasca, avrebbe voluto essere in tutt'altro luogo che in quello. Però alle invettive del maestro non rispose nulla, se non queste parole con tono temperatissimo:

— Maestro, non istà bene il desiderare altrui la morte temporale ed eterna; e a voi massimamente, perchè è scritto lassù che la vostra morte sarà pochi giorni dopo la mia.

E Dino con atto di spregio:

— Ah vil paltoniere! qui non hanno luogo i tuoi vani augurj: il diavolo, a cui ti sei dato in corpo ed anima, può ben fare in persona tua qualche prodigio; ma non può nulla sulla anima e sulla vita degli ubbidienti figliuoli di santa chiesa. Va, maledetto da Dio; ben mi maraviglio — disse accennando con atto di spregio la gente raccolta attorno alla loggia — ben mi maraviglio come questi ciechi di fiorentini comportino che la loro città sia contaminata da tanta puzza. E, voi, disse rivolto a coloro che erano nella loggia, cacciate di tra voi questo eretico scomunicato.

Il popolo, sempre più crescente, sempre più si accendeva per le furenti parole di maestro Dino; e levatosi una voce, non si sa di dove, muoja il negromante, muoja l'eretico, mille voci ad un tratto ripeterono quel medesimo; e alcuni della loggia, istigati da Dino, facevano forza di cacciar Cecco fuori di essa, combattendosi egli potentemente per non vi andare. E già si vedeva al perso, quando ricorse all'arte per liberarsi da tal frangente. Contraffece orribilmente il volto, prendendo aria da invasato; gridò terribilmente: Io morrò, e morrete tutti con me; snudò la spada che aveva allato, fece atto di tagliarsi la testa, e questa fu veduta da tutti a' suoi piedi[25]; poi la loggia, e tutto Por Santa Maria, si empì di orribile e puzzolente fumo. Tutto il popolo e la gente della loggia, compreso maestro Dino, furono vinti dallo spavento, e cacciando urli orribili, e facendosi segni di croce e invocando il nome di Dio, fuggirono tutti quanto ne avevano nelle gambe, lasciando solo maestro Cecco, il quale, vedutosi fuor del pericolo, guardossi bene d'attorno, e senza dir che ci è dato, tra pauroso e ridente, andò difilato a palagio.

CAPITOLO XVII. LA GUERRA.

Torniamo ora alle cose della guerra.

Abbiamo accennato qua dietro come il duca Carlo avesse ordinato con Spinetta Malaspina, il quale era in Verona appresso messer Cane della Scala, che egli entrasse nelle sue terre di Lunigiana a guerreggiare da quella parte Castruccio; e soldògli in Lombardía trecento cavalieri, e il legato di Lombardía gliene diè dugento di quelli della Chiesa, e cento ne menò da Verona di quelli di messer Cane; e varcò da Parma le Alpi, e posesi ad assedio al castello della Verruca, che Castruccio gli aveva tolto. Dall'altra parte gli usciti di Pistoja, a petizione del duca, senza saputa o consiglio di niun fiorentino, ribellarono a Castruccio due castella della montagna pistojese Cavinana, e Mammiano: e la gente che abbiam veduta uscir di Firenze, era avviata in diversi punti per secondare questo disegno di guerra; e ad essa gente, che non era poca, ben presto si aggiunse il conte Beltramo del Balzo, zio del duca, con cento cavalli, il quale era stato capitano dell'armata, che allor fu mandata in Sicilia; cui esso, non essendo più tempo di navigare, aveva dal golfo della Spezia mandato a Napoli, ed egli, smontato in Maremma, se n'era venuto a Firenze per trovarsi a questa guerra. Ora le genti fiorentine, che meglio si chiameranno le genti del duca, perchè Firenze era il duca, furono spartite così: la masnada dei tedeschi, in tutto dugento cavalieri, con gli altri cento cavalieri e co' cinquecento pedoni, guidati da messer Biagio de' Tornaquinci da Firenze, dovevano ire a soccorrere le castella ribellate della montagna pistojese; e l'altra gente si avviava a Prato, per esser pronta a qualunque bisogno, o verso la montagna, o verso Pistoja. Ed il bisogno poteva venire da un momento all'altro, perchè Castruccio, vedendosi minacciato da tante forze, benchè tutto l'agosto fosse stato malato a morte, di una sua ferita alla gamba destra, come valente signore, vigorosamente e con gran sollecitudine si dispose al riparo, e tosto fece porre campo e battifolli molto forti alle castella ribellate; ed egli in persona col più della sua cavallería venne a Pistoja, per provvedere ad ogni bisogno, e per tener fronte al duca ed ai Fiorentini, che quelle castella non potessero fornire. Furono così pronti ed efficaci gli apparecchj di Castruccio, che al duca e al suo consiglio parve tosto di aver fatta non savia impresa; ma oramai bisognava continuarla, e fare ogni sforzo che riuscisse a buon fine.

Guglielmo co' suoi feditori era tra la gente che doveva fermarsi a Pistoja; e dove i caporali delle altre schiere si porgeano tutti lieti e baldanzosi, e quasi certi della vittoria, egli solo era triste, e non dava segno veruno di baldanza; e ne aveva troppa cagione. Il pensiero della sua Bice non lo abbandonava un momento: Che sarà stato di lei? Come avrà potuto reggere alla furia di suo padre? E tanto si tribolava di questi e simili pensieri, che era una pietà a vederlo. Anche le cose della guerra, come ho detto, nol teneano tranquillo; chè sapeva quanto valoroso e savio condottiero fosse Castruccio; quanto agguerrita la sua gente, avvezza a tante vittorie; e quanto per contrario fosse male accozzata la gente del duca; quanto scorati i Fiorentini dalle toccate sconfitte, e come il nome solo di Castruccio facesse loro paura. E veramente Castruccio mostrò anche in questa fazione quanto fosse abile capitano, tanti e tanto sicuri furono i provvedimenti che prese, massimamente per le castella ribellate della montagna, alle quali aveva posto grosso assedio, e impediva con ogni possa che la gente del duca potesse fornirle. Ed anche il tempo gli fu propizio in questa impresa, dacchè i passi fortificati degli Apennini, e le grandi nevi cadute in quei giorni, spaventarono i pedoni del Tornaquinci e i Tedeschi dallo ascendere a fornir le castella. Saputosi ciò dal duca, comandò che della gente raccolta in Prato, la schiera di messer Tommaso di Squillace, e mille pedoni condotti da messer Amerigo Donati e da messer Giannozzo Cavalcanti, salissero alla montagna per vedere di riuscire ad ogni costo nella impresa di soccorrere Mammiano e Cavinana; ed il rimanente cavalcasse fino alle porte di Pistoja, per tentare se Castruccio uscisse a battaglia: e tra questi erano i feditori, alla cui guida sappiamo già essere stato posto il nostro Guglielmo. Mossero tutti con perfetto ordine; e giunti presso alla città, si formarono in battaglia nel modo allora usato, che era il seguente:

Tutto il corpo dell'esercito si partiva in quattro schiere. La prima era de' feditori, così chiamati perchè primi doveano appiccar la battaglia; e stavano in mezzo a due ali ordinate in forma di mezza luna: e queste erano di pavesari, detti così per essere armati di picconi e pavesi; e di balestrieri, e questi erano armati di gran balestroni, che lanciavano quadrella e verrettoni, cioè lunghe lance. La seconda era detta la schiera grossa, che veniva subito dopo i feditori; e questa subentrava ai primi con pari e maggior vigore. La terza era chiamata la salmería, e questa era in tutti gli eserciti con molti pedoni, destinata a contenere le altre, se rinculassero all'urto nemico. La quarta erano moltissimi pedoni, separati dal grosso della gente; e questi stavano pronti per sovvenire a que' bisogni che nel combattimento potessero occorrere. Fra le dette schiere stava collocato il carro della campana detta Martinella, che mentre si combatteva non restava mai di sonare, dal qual suono i combattenti erano infervorati alla pugna. Nel mezzo parimente a tutte le schiere stava il Carroccio, diligentemente e con ogni gelosia guardato, essendo come la tramontana dell'esercito, perchè su vi sventolava il pennone del comune; e se quello si fosse perduto, l'esercito ne andava in tal confusione, che non se ne sarebbe potuto sperare cosa alcuna, ma ogni soldato si sbandava, e poneva l'ultima speranza nella fuga.[26]