Castruccio, che era, come dicemmo, in Pistoja, veduto l'esercito del duca e dei Fiorentini venirlo così provocando fin sotto le porte, come valente signore uscì fuori animosamente, ordinando la sua gente in due battaglie, che l'una uscì da porta Caldatica e l'altra da porta S. Marco, per assaltare da ambidue i lati i nemici, schierati appunto tramezzo a queste due porte. E i Castrucciani venivano con tanto furore e con tanta tempesta, che i nostri ebbero appena tempo di ordinarsi alla pugna, la quale fu acerba e terribilissima. I nostri, vedutisi assalire da due parti, bisognò che si partissero in due grandi schiere, per tener fronte alle due schiere nemiche; e come la schiera Castrucciana uscita da porta Caldatica si vedea essere la più forte, e guidata in persona da Castruccio, colà si volse Guglielmo coi suoi feditori, e la battaglia fu tosto ingaggiata. Le trombe, che squillavano da ogni parte, il suono continuo della Martinella, il gridar de' combattenti di qua e di là, il nitrir de' cavalli, l'urtarsi essi petto con petto, i colpi che crosciavano le mazze ferrate sopra le armature, il battersi delle spade, le strida e le pietose parole de' morenti, facevano un tumulto che in tutta la circostante campagna vi pareva l'inferno. La pugna fu combattuta virilmente, e con prodigj di valore dall'una parte e dall'altra; e già Castruccio, mal resistendo all'impeto dei feditori di Guglielmo, accennava di piegare, e di volersi ritirare in città, quando Gugliemo fu ferito da un verrettone in una gamba, e non potè più stare a cavallo. Qui si mutò la fortuna dei combattenti; chè dove i nostri, vedutosi mancare la loro guida, perderono l'animo, i nemici lo ripresero, e con tal furore, che gli forzarono a retrocedere: tanto più che anche la schiera di Porta S. Marco travagliava fieramente la nostra gente; ed a lungo non avrebbe potuto resistere. Castruccio non volle seguitare la vittoria, per non mettere in compromesso la sua impresa; parendogli necessario sopra tutto di riacquistare le ribellate castella della montagna: e però i ducali co' Fiorentini poterono senza molestia ritirarsi, e si attendarono al Montale, castello allora assai ben munito, a mezza strada tra Prato e Pistoja. Guglielmo, la cui ferita non era grave, benchè da principio paresse gravissima, fu portato a medicarsi a Prato, non curando punto i dolori del corpo, ma la perduta battaglia, e il non potere chi sa per quanto tempo pigliar parte ad impresa di guerra. E più lo accorava il pensiero della sua Bice, che tanto aveala udita compiacersi nel pensiero di vederlo tornar vittorioso, ed acclamato dal popolo[27].

Come Castruccio si vide assicurato dalla parte di Pistoja, non dubitando punto che i nemici volessero ritentar l'impresa, con tutta la sua gente cavalcò senza metter tempo in mezzo alla montagna, e rafforzò la sua oste, e prese i passi che andavano a Cavinana e a Mammiano, acciocchè la gente del duca non potesse in verun modo fornirle; la quale però non avrebbe potuto farlo in modo alcuno, dacchè per il gran freddo e per le nevi appena potevano vivere, e mancava loro la vettovaglia, e le vie erano assolutamente inaccessibili. Il conte di Squillace vide ben tosto che quella impresa era folle, e che in verun modo poteva condursi a termine; tanto più che la sua gente mormorava fieramente, essendo mal riparati dal freddo: e chi potè rannicchiarsi in quei poveri e vili casolari, vi stavano ammassati come le sardine. Alcuni però, come sempre avviene negli eserciti, anche nei più gravi momenti, si ingegnavano di passar mattana, e di temperare il malumore comune con motti, con giuochi e con esercizj di ogni maniera; massimamente i Fiorentini, che sempre sono stati piacevoli e celioni. Quelli, fra tutti, che meno si acconciavano ai rigori del freddo e agli stenti d'ogni maniera, erano i provenzali, i quali bestemmiavano maledettamente e il papa e l'Italia e Firenze e ogni cosa; ed i Fiorentini ora ne gli motteggiavano, or ne gli garrivano: nè passava si può dir giorno, che non ne seguisse qualche zuffa tra loro. Una volta tra le altre si abbatterono in uno di quei miseri casolari, che serviva come di bettola, tre caporali, l'uno provenzale, l'altro tedesco, e il terzo fiorentino, asciugando tutti e tre d'amore e d'accordo certo vino, giunto allora allora dalle prime colline di Pistoja; e già ne avevano mandato giù più d'un fiasco, e data una buona stretta al secondo, quando il tedesco esclamò:

— Quando ero a casa mia sentivo dire che in Italia non ci è freddo; che ci è quasi primavera eterna; che il suo cielo è puro e sereno, e tante altre belle cose. Ma freddo così eccessivo non l'ho sentito nemmeno nella Magna; e questo vento indiavolato, con questo nevischio che gela ed accieca, ne' nostri paesi non si sogna nemmeno. È questa proprio una bella primavera!

E il provenzale rincarando: — E a me la Italia mi pare il più sciagurato paese che sia sotto il sole. Vedi qui a che siamo condotti! Assiderati, mal pagati, senza vettovaglie!

— Gnaffe! disse il fiorentino; se volete giudicare dell'Italia da queste montagne, con questa stagione, mi pare che v'anfaniate a secco. Anche le rose hanno le loro spine; ma chi dalle spine volesse dar giudizio delle rose, farebbe segno di aver dato il cervello a rimpedulare. Andate per tutto il restante dell'Italia, e poi parlatene.

— Io, riprese il provenzale, l'ho veduta tutta quanta, e non mi disdico. E anche quei luoghi che tanto vantate voi altri Italiani, sono una morte a rispetto della mia Provenza; e la vostra stessa Toscana, appetto ad essa, è un campo di erbacce, paragonato al più ridente giardino: nè so proprio su che fondiate, specialmente voi Fiorentini, il gran vanto della vostra Città. Ma anche quando fosser vere tutte queste cose che del vostro paese andate dicendo, sarebbe sempre da reputarsi un obbrobrio, così scarso com'è di valore o di cortesía; così partito in se stesso, che i suoi cittadini l'uno si rode coll'altro; che da sè soli a nulla valgono; e anche per guerreggiarsi fra loro, ricorrono all'ajuto di fuori. Le donne sole sono cortesi — e dicendo questo, mandava giù un gran nappo di vino, strizzando prima l'occhio, con maligno sorriso, al tedesco, che gli sedeva accanto, e che rispose:

— Oh, cortesi, cortesi le italiane! E le fiorentine... Ah, monna Lapa, tu sei più dolce del vino. — E qui trincò un bel gotto: poi seguitò. — Ma nè Italia, nè Toscana, non sono il paradiso, come alcuni vanno dicendo.

Al fiorentino qui scappò la pazienza, e tutto inviperito, rispose:

— Tu, lurco tedesco, chi ti ci ha fatto venire in Italia? la sete dell'oro, e il fastidio dei vostri deserti strani, che sono degne tane delle bestie tue pari. E tu, leggiadro provenzale, potevi stare ne' tuoi deliziosi giardini, se questi campi d'erbacce ti facevano afa: ma il fatto sta che di queste erbacce vi mostrate tutti più ghiotti del dovere, e quando piovete su queste contrade, siete peggio delle cavallette. Dell'esser noi Italiani tutti partiti, e del rodersi l'un l'altro, e ricorrere sempre agli ajuti di fuori, avete ragione; ma la colpa è dei signori, che sperano di trovare amore e fede in cuori venali, e non vedono che follía è quella di cercare e di gradir gente, che vende l'anima a prezzo. Ma l'antico valore non è morto ne' cuori delli Italiani; e potrebbe anche darsi che, o prima o poi, ci levassimo da dosso queste vituperose some.

Il tedesco, che era un tozzotto accerito, con du' occhi che gli schizzavan di testa, biondo di capelli e di barba, ed in sostanza una buona pasta di uomo, non rispose; e solo si mise a tentennare il capo come in atto di negare ciò che il fiorentino diceva; ma il francese, un giovanotto mingherlino, biondo anch'egli, con due grand'occhi azzurri, e leggiadro e azzimato, come se fosse in mezzo alle brigate sollazzevoli della città; ma insolente e di mal animo contro la Italia: