Dopo ciò ricominciossi a parlare di cose piacevoli ed a motteggiare, quando tutta rossa nel viso, unta e bisunta, entrò la Simona co' quattro piccioni arrosto, così ben crogiolati, e con un odore così ghiotto che dicevano mangiami, mangiami. Posato il tagliere sulla tavola, ed invitato maestro Cecco a spezzargli, come prima fu per infilar la forchetta in uno di essi, si vide rimpennato e levare il volo per la stanza; a che il maestro disse ridendo:
— Monna Simona, se Dio vi dia bene, come volevate voi che mangiassimo il piccione vivo?
La povera Simona, non che avesse balía di rispondere, ma rimase stralunata ed a bocca aperta, nè sapeva che si pensare; e il prete non fu meno stupefatto di lei. Anche frate Marco, benchè sapesse quanto maestro Cecco fosse valente in opera di prodigj, pure, non aspettandosi allora quello, ne rimase un po' stupito; mentre maestro Cecco, come se non toccasse a lui, tirava a spezzare gli altri piccioni; e finito che ebbe, porse il tagliere al prete che si facesse la parte sua. Ma il prete, il qual fino allora aveva accettato ogni cosa portagli da lui, questa volta non aveva cuore di accettare, e ci andava come la serpe all'incanto. Pure alla fine si vinse; e a tutti, fuorchè alla Simona, che sempre era rimasta lì insensata, riuscì il prendere la cosa in giuoco. Riavutasi un po' la Simona, fu anche ella cercata di persuadere che del piccione non era stato se non un giuoco: e la cosa sarebbe rimasta lì, se maestro Cecco non avesse voluto burlarsi un altro poco del prete e della serva. Venute le frutte, e presentatone un tagliere a maestro Cecco, come prima egli ci ebbe messo le mani, spariron tutte: preso il fiasco del vino per mescere, nel bicchiere suo il fiasco versò il solito vino, e in quello del prete acqua limpidissima: la lucerna cominciò a dare una luce rossa come di sangue; per modo che il prete e la Simona spaventati fuggirono, l'una chiudendosi in camera, l'altro correndo in chiesa per armarsi de' suoi paramenti, ed esorcizzare maestro Cecco. Frate Marco andò dietro al prete, e con quelle parole più efficaci che poteva lo accertò non essere i prodigj operati dal maestro opera diabolica, ma frutto di lungo studio e della sua grande scienza; ed alle parole del frate si aggiunsero quelle di Cecco stesso, che anch'egli era venuto dal prete, facendogli vedere come il piccione volato era uno di quelli di piccionaja, da lui preso nel girar la canonica, e nascostoselo dentro una manica; e come fece le altre cose glielo mostrò, e glielo spiegò minutamente.
Il sere rimase chiarito quasi del tutto; ma, siccome era di già parato, ed ogni dubbio non gli era uscito ancora affatto dal cuore, così volle fargli l'esorcismo in tutte le regole, per vivere del tutto sicuro, alla qual cosa Cecco si prestò di buon animo: e dette le orazioni preliminari, e fatte le aspersioni dell'acqua santa secondo il rito della chiesa, venne a chiedere il nome dello spirito maligno con questa orazione:
«Spirito immondo, che occupi questo corpo, qualunque tu sia, per i meriti della gloriosa passione, resurrezione e ascensione del nostro signore Gesù Cristo; per la missione dello Spirito Santo e per l'avvento di lui, ti comando, qualunque tu sia, che mi manifesti e mi dica il tuo nome, il giorno e l'ora della tua uscita dal corpo col segno dello spegnere il lume. Da capo ti comando per i meriti della gloriosa Vergine Maria madre di Dio, di san Zenone, di sant'Ambrogio e di san Gimignano, di tutti i santi e sante di Dio, che tu mi manifesti e mi dica il tuo nome, e il giorno e l'ora della tua uscita, col segno dello spegnere il lume.»
E ripetè questa intimazione con poca varietà anche la terza volta. Lo spirito naturalmente non rispose nulla, e il prete badava a dire con più fervore tutte le lunghe orazioni del rituale, aspettando se nulla uscisse di corpo al maestro. Il quale mal si potea tenere di non ridere, e ne avrebbe fatta qualcuna delle sue da fare spiritare quel buon sere; ma se ne ritenne per timore di sdegnarlo, e di non poter poi giovarsene più per la faccenda del monastero di s. Piero. All'ultimo, vedendo che il diavolo non rispondeva, e vinto dalle parole di frate Marco e del maestro stesso, fu persuaso che questi non era il diavolo, nè aveva diavoli addosso; e accompagnati i due ospiti nella camera loro assegnata, andò a letto anche lui.
Se il prete per altro era persuaso che Cecco fosse un uomo come gli altri, non era persuasa per niente la Simona, la quale, serratasi in camera, si mise in ardente orazione, tirando giù tutti i santi del paradiso: rifrustò per il soppidiano tutte le reliquie, che ne aveva un subisso, e l'appiccicò tutte all'uscio della sua camera, perchè il diavolo si spaventasse di accostarsi; e prima di entrare nel letto, altre di esse ne mise sotto il capezzale; e si rannicchiò tutta sotto le lenzuola, biasciando avemmaríe, e ripensando ai prodigj di Cecco, e con la paura addosso di sentir qualcosa per casa. Insomma stette tutta quanta la notte con l'animo sollevato, e non potè chiuder occhio.
CAPITOLO XX. DA SETTIMELLO A PRATO.
La mattina per tempo maestro Cecco e frate Marco erano già in piedi; la stagione si era rimessa al buono, ed era una delle bellissime giornate di ottobre, che in questo piano e colline di Firenze sono deliziose. Il prete era stato anche più sollecito di loro, e già aveva detto messa, e stava ordinando con la Simona un poco d'asciolvere; la quale vi si prestava di mala voglia, certa come parevale d'essere, che ella preparava il pasto per il diavolo, e dichiarando assolutamente che in tavola non avrebbe portato, e che non voleva più vedere in viso maestro Cecco: non senza aggiungere parole di corruccio e di maraviglia contro frate Marco, come egli non avesse paura di andare in compagnía di quel negromante. Nè valsero a smuoverla le assicurazioni del prete, che qui la magía non aveva nulla che fare; che quel piccione era della sua piccionaja così e così; che le altre cose operate da Cecco erano secondo scienza naturale: non ci fu verso che la ne volesse sentir parlare; e se vollero far l'asciolvere, bisognò che il prete mettesse in tavola e servisse da sè. Mangiato che ebbero, fecero a un lavoratore del prete sellare i cavalli, e rinnovate le preghiere per il fatto della badessa di San Piero, e rimasti d'accordo che egli sarebbe ito con loro, e fatto per loro ogni opera, quando paresse loro opportuno, i due lo ringraziarono della sua cortese ospitalità e montarono a cavallo, deviando un poco dalla strada mugellana per rientrare nella strada maestra, che mena a Prato.
Non erano iti molto innanzi, che si scoperse a' loro occhi il castello di Calenzano, le cui mura alte e merlate, e il cui maestoso aspetto diedero assai maraviglia a Cecco, il quale chiese al frate: