— Frate Marco, che è quel castello lassù? accennando col dito.

— È il castello vecchio di Calenzano: lo fabbricarono i fiorentini anni ed anni sono; ed era riputato uno dei belli e fortissimi arnesi di tutto il contado. Tuttavía non potè resistere alla furia indiavolata de' Ghibellini, che ci vinsero a Monteaperti, i quali lo presero e lo disfecero; e non potè resistere anno, benchè riedificato ed afforzato mirabilmente, alla furia di Castruccio, che lo vinse, e lo arse, come vedete che le mura sono mezze diroccate, e si vede fin di quaggiù che le sono arsicce.

— Ma questo Castruccio è proprio un diavolo dell'inferno; ed è vero martello di voi altri poveri fiorentini.

— Castruccio è valoroso signore, e savio di guerra più che capitano d'Italia o di Francia; e noi fiorentini non abbiamo chi potergli mettere a fronte.

— Monsignor lo duca ha seco valenti capitani, e non può fallire che egli fiacchi le corna a questo altero lucchese.

E così di ragionamento in ragionamento arrivarono a Prato là in sulla nona. Prato era fin d'allora una terra assai grossa, non di gran conto, ma già ricordata come castello di dominio de' conti Alberti fino dal principio del secolo XI; la quale andò sempre prosperando per modo che verso la fine del secolo XII troviamo accresciuto il paese di borghi, e quel comune aver fatto provvisione di circondarlo di più larga cerchia, e di fortificare con torri le nuove porte. Per molto tempo i pratesi furono governati da un vicario imperiale; e l'imperadore Federigo II vi fece edificare la fortezza, parte della quale è in essere tuttora, che fu chiamata il Castello dell'imperatore.

In sul principio del secolo XIV per altro Prato abbandonò la parte imperiale, e consegnò a un capitano guelfo il castello, che lo prese a nome de' fiorentini: e in questo anno 1326 gli otto difensori della terra di Prato dettero liberamente il governo di essa al duca di Calabria, che, siccome vedemmo, vi avea mandato la sua gente.

Guglielmo era albergato nelle case dei Guazzalotri, trattatovi con ogni riguardo dicevole alla gentilezza di lui; nè fu difficile a Cecco e al frate di farsi guidare colà. Appena il cavaliere scorse sull'uscio di camera maestro Cecco, stese le braccia verso di lui come se avesse veduto un angelo del paradiso; e Cecco lo corse subito ad abbracciare, domandandogli come egli stesse della sua ferita; ed il medesimo fece frate Marco, che già erasi avvicinato al letto. Egli per altro non rispose nulla a questa domanda; ma con atto e con voce di efficacissima esortazione:

— Maestro, se ogni vostro desío si compia, che è della Bice?

— Della Bice vostra ne sarebbe male, se la fortuna non ci apparecchiasse già un rimedio che io credo efficace. Testè ne parleremo; ma prima fate ch'io veda la vostra ferita; chè il duca e la duchessa ne aspettano da me subito ed esatto ragguaglio.