— Deh! no: la ferita mia della gamba è per poco guarita; pronta ed efficace medicina la chiede la ferita del cuore, che avete fatta più acerba con le vostre parole. Siate pietoso di me: come ne sarebbe male della mia Bice?
Cecco, vedendo che non sarebbe stato possibile il parlar con esso di altra cosa prima di avergli detto il tutto della sua donna, rifattosi da capo, narrò al cavaliere come si fosse messer Geri mostrato crudo verso di lei, e come l'avesse fatta rinchiudere nel monastero di Mugello; come poi, essendosi dovuti fermare dal prete di Settimello, non solo ne avessero raccolto che la badessa era tenerissima della fanciulla, ma avevano avuto promessa da lui, il quale della badessa era famigliare, che avrebbe fatto di tutto per renderla benigna al fatto loro:
— Sicchè — continuò Cecco — state a buona speranza; io ho pensato cosa che vi farà lieto per avventura, e la letizia vostra sarà letizia mia, tanto ora mi sento infervorato in questa impresa, alla quale nel cominciare andai tanto freddo. E l'esser meco qui frate Marco, dovete pensare che non sia senza un perchè.
— Oh, maestro mio dolce, voi mi rendete la vita; e voi, bel frate, non so come rendervi grazia per grazia. Ma deh! fate che io sappia il vostro disegno.
— Messere, disse il frate, qual sia il pensiero del maestro non so: solo mi chiese che io venissi qua seco per cosa che importava, ed io venni a far tutto quello che egli m'imponesse; ed ora il faccio anche più lietamente, quando veggo esser cosa che piace a voi.
E maestro Cecco seguitò:
— Sire Guglielmo, che fa a voi il sapere questo disegno? Esso per ora ha a rimanere nella mia mente; e ciò, credetelo, sarà buono a voi ed alla Bice. Voi attendete a guarire; chè, per colorire tal disegno, è mestieri che siate sano, ed aitante della persona.
— Sano ed aitante della persona? Maestro, monto a cavallo anche adesso....
— Adesso non è tempo di montare a cavallo; ma per voi di attendere a curarvi, affine di maturar bene il mio disegno. Intanto fate che vegga la vostra ferita, acciocchè io possa esser certo dello stato vostro, e riferirne tosto a Firenze.
E Guglielmo, senza più contradire, si fece visitare tutto attentamente. La ferita, che da principio pareva gravissima, perchè si credeva fosse reciso un grosso tronco arterioso, non era infine di assoluta gravità. La saetta del verrettone avea accarnato assai a fondo, e avea fatto grande lacerazione nella coscia; ma arterie grosse non erano state recise; per forma che la cosa procedeva regolarmente, e la margine si era quasi tutta formata, il che dava certezza di perfetta guarigione di lì a pocchi giorni; ad affrettar la quale maestro Cecco applicò sopra la ferita un cotal suo cerotto di meravigliosa virtù, non solo a rimarginare, ma a dar forza e vigore alle membra. Fatto questo, si mise a scrivere la lettera al duca per ragguagliarlo di tutto, e per assicurar lui e la duchessa rispetto a messer Guglielmo, il quale, tra per l'assidua cura che Cecco e frate Marco gli avevano, e per la speranza che Cecco stesso aveagli messo nel cuore, andava si può dire, ogni ora di bene in meglio; e se non di montare a cavallo subito, come avea detto di voler fare, pure dava certo segno che avrebbe potuto montarvi di lì a pochi giorni. Il maestro non lo abbandonava quasi mai, ed era sempre da lui tenuto in parole, o ragionando della sua Bice, o raccontando spesso tutte le vicende di quella sventurata battaglia dov'era stato ferito, e del gran valore di Castruccio; e facendosi raccontare da esso tutto ciò che aveva udito dire delle altre fazioni di guerra; e come il duca fosse stato colpito del mal successo; e come i Fiorentini ne accogliessero la novella: e se pensavasi a ripigliar l'armi da capo.