Ma lasciamo per un momento che Guglielmo e il maestro Cecco ragionino a lor senno; e ritorniamo in questo mezzo a Firenze, dove pure vi ha de' personaggi che il lettore potrebbe credergli essere stati dimenticati da noi.

CAPITOLO XXI. IN CITTÀ, E IN PALAGIO.

La città di Firenze durava sempre nel suo smarrimento, anzi ogni giorno che passava portava seco la scoperta di nuovi danni patiti. Il contado quasi tutto disertato, e sossopra per modo che era inutile quasi il pensare alle semente: infestato da malandrini, e sempre in sospetto di nuove scorreríe di Castruccio. Dopo il fallimento degli Scali, il commercio fiorentino aveva, come dicemmo, sofferto grave caduta; e più grave erasi fatta dopo l'infelice esito di questa impresa: molte case facevano corrotto per la perdita de' loro cari; tutti erano disfatti, e non sapevano veder modo di riparare a tanta rovina. Come ciò poi fosse poco, si aggiunse che il re Roberto mandò al comune di Firenze, che, oltre a' primi patti che i fiorentini aveano fatto col duca, voleva che stessero a pagare la taglia di ottocento cavalieri oltramontani, per i quali aveva già mandato in Provenza, in Valentinese e in Francia, invitando a ciò le altre potenze amiche di Toscana, come i perugini, i senesi e le altre terre d'intorno, acciocchè il duca fosse meglio accompagnato nella guerra: e se ciò non si facesse dai fiorentini, comandò al duca che si partisse da Firenze e tornasse a Napoli. I fiorentini di tal richiesta molto si turbarono, così per il non portabile carico, come per questo continuo rompere di patti; e parea loro dall'altro canto di aver troppo mal partito a lasciare andar via il duca da Firenze; laonde bisognò rassegnarsi anche a questo, e portarne quasi intero il carico, dacchè le terre vicine non vollero concorrere alla spesa.

Per la qual cosa fecero composizione col duca di dargli trentamila fiorini d'oro per i detti cavalieri, e parte ne diedero, ma piccola, i senesi; ma nè i perugini, nè le altre terre non vollero dar nulla. E così in quei pochi mesi che Carlo era stato signor di Firenze, tra per la sua provvigione e le altre spese che fece fare ai fiorentini, il comune si trovò speso più di quattrocento migliaja di fiorini d'oro, ritratti, come dice il Villani, da gabelle, imposte, libbre e altre entrate, che fu tenuto gran caso e maraviglioso, e ciascuno se ne sentiva dolente. E oltre a ciò, per il consiglio de' suoi savj, il duca recò in tutto a sè la signoría di Firenze dalle piccole cose alle grandi, e avvilì per forma l'ufficio de' priori che non osavano di fare la più piccola cosa, nè anche eleggere un messo; e sempre stava coi priori uno dei suoi savj; onde a' cittadini, ch'erano avvezzi a signoreggiare la città, ne parea molto male. Ma, conchiude qui il buon Villani, grande sentenza di Dio fu che per le loro sette passate fosse avvilita la loro signoría per più vile gente e men savj di loro.

Queste cose avvenivano appunto in sullo spirare dei due mesi del gonfalonierato di Daldo di Tingo de' Marignolli; e dovendosi eleggere la nuova signoría, il duca comandò al duca d'Atene che operasse in modo, o per amore o per forza, che si creassero gonfaloniere e priori de' suoi amici, e si lasciasse il vecchio e troppo lungo modo della elezione, facendogli a mano; e il duca d'Atene seppe tanto dire e fare, ed i fiorentini tanto erano impecoriti, che la cosa andò come voleva il duca. Il modo di eleggere il gonfaloniere di giustizia mostrava il senno e la previdenza de' fiorentini, e la gelosía che avevano del comune e della repubblica; e le onoranze che si facevano ad esso e ai priori, mostrano quanto stesse nel cuore di tutti la esaltazione del comune di Firenze.

Nè sia discaro al lettore che qui più brevemente che posso lo accenni; non solo come lume della storia di quel tempo, ma come esempio da meditare, se non da seguitare, anche nel modo di tante elezioni de' tempi odierni, nelle quali prevale quasi sempre la setta e la combríccola.

Nel medesimo giorno che veniva fatta la elezione, i priori allora sedenti facevano intimare le capitudini delle dodici arti maggiori, che fossero avanti di loro in quel luogo che ad essi signori fosse parso più comodo, siccome ancora due buonomini di qualunque Sesto; ai quali era dato giuramento di far bene e con ogni lealtà questa tale elezione. Di poi facevasi una nominazione o brevetto del Sesto da cui doveva eleggersi il gonfaloniere; e quando il Sesto era nominato, eleggevano del Sesto medesimo sei uomini popolari ed artefici, facendone di ciascheduno di essi segretissimo squittinio, eccettuando però da esso le capitudini ed i savj di quel Sesto, da cui il gonfaloniere doveva essere eletto. Quel tale che per questa sublime dignità veniva squittinato dalle arti maggiori ed artefici della città di Firenze, doveva essere persona che fosse dello stato, pacifico e tranquillo, amatore di giustizia, e di sincera e specchiata purità d'animo; e che sopra ogni cosa non fosse stato magnate, o elettore di quelli e quello che nello squittinio precedente restava più numeroso di voti, e per conseguente costituito in tal grado. Non poteva essere gonfaloniere chi fosse stato consorte, o della famiglia o casato di alcuno de' priori, che nel tempo della sua elezione fosse riseduto in tal magistrato. E quando aveva finito l'uffizio, si veniva a eleggere in modo simile un altro, che doveva essere di un Sesto diverso: e così di due in due mesi, per modo che a capo dell'anno ogni Sesto aveva il suo gonfaloniere. Finito l'uffizio, aveva divieto dal magistrato suddetto per tre anni. Il gonfaloniere di giustizia, che risedeva in palazzo insieme coi priori, doveva tenere nella abitazione propria uno stendardo bianco di buono e sodo zendado, entrovi una croce rossa, che lo abbracciava tutto; e gli era consegnato pubblicamente dal capitano di giustizia, dopo preso il giuramento, essendo presenti i priori vecchi ed i nuovi; ma questo si fece solo per la elezione del primo gonfaloniere di giustizia, che fu nel 1292 nella persona di Baldo Ruffoli; chè, per il tempo vegnente, il gonfaloniere, finito l'uffizio, consegnava di sua propria mano al suo successore lo stendardo, rogandosene ogni volta un contratto. Oltre allo stendardo, dovea tenere in palazzo cento pavesi, ovvero targhe; cento elmi, o celate, dell'insegna del suo stendardo dipinte, cento lance, venticinque balestre coi quadrelli e tutti i fornimenti, ed altri simili materiali in grande abbondanza. Alla sua guardia, e a quella de' priori e del suo palazzo, si destinarono da principio mille pedoni, che poi furono condotti a duemila; ed erano tutta gente popolare ed artefici della città, scelti tra gente buona e pacifica; e questi nella loro elezione giuravano di star sempre pronti, e prestamente correre, nel sollevarsi dei rumori o tumulti, verso detto palazzo, ed ancora di essere presti ogni volta che fossero per pubblico bando, o per suon di campana, o per qualche mosso addomandati dai signori priori o dal gonfaloniere di giustizia; e dovevano seguitar sempre il gonfaloniere, e star sempre seco, mentre era fuori per esercizio del suo uffizio. E ciò facevasi per far apparire l'onore che a tanta dignità si doveva; e tutto per esaltazione del comune di Firenze.

Ci erano altresì compagníe di picconieri, e maestri di pietra e legname, e mille pedoni, tutta gente scelta e gagliarda, eletti dal gonfaloniere e dai priori: quattrocento de' quali erano armati di una specie di lancia, detta gualda; e gli altri di archi e balestre. Le loro armi dovevano essere perfette, ed erano forniti di molto saettame.

Quando occorreva per diverse faccende al gonfaloniere di giustizia uscir fuori di palazzo, stavano serrate tutte le botteghe; ed era sotto gravi pene vietato ai magnati di andare in que' luoghi dove fosse stato o andato egli. Nè meno gli era permesso di andar fuori collo stendardo e soldati armati, senza che prima ne fosse fatta deliberazione in palazzo da' priori, dichiarandosi dove fosse voluto andare, e che gente intendesse condur seco, e quanta, e di qual Sesto. Al gonfaloniere poi erano destinati sei consiglieri popolani, ed artefici della città, uno per Sesto: ed erano scelti da lui medesimo e dai priori; e potevano a loro volontà avere appresso di sè altri uomini prudenti, per giovarsi del loro consiglio.

Di così fatta maestà voleva Firenze che fosse circondato il suo magistrato supremo; ma, come ho detto qua dietro, avendo il duca ridotto ogni cosa piccola e grande in sua potestà, quasi tutte simili magnificenze eransi tolte, rimanendovi solo l'apparenza: e questa volta ne anche gli squittini si fecero al modo usato, e la novella signoría fu tutta quale la voleva il duca e non altrimenti. E vanno qui ricordati i nomi di ciascuno di coloro, che si rassegnarono la prima volta a tanta ignominia. Priori furono: Rosso Aldobrandini, Giotto d'Arnaldo Peruzzi, Tommaso Dietajuti della Badessa, Nerone di Nigi Dietesalvi, Falconieri Baldesi, Leone di Simone; e gonfaloniere fu messer Covone di Naddo Covoni. E questi, tra per la paura e per essere tutti uomini del duca, nè più nè meno facevano che quello che al duca piacesse.