— Bel frate, cosa non piccola vi chiedo, alla quale abbisogna e la vostra scienza, e l'affetto che sempre avete mostrato per me e per la mia casa.
— Purchè il volere non sia vinto dal non potere, son tutto vostro.
— Voi sapete quanto sia straziato il mio povero cuore dalla ritrosía e dalla disubbidienza della mia Bice, che mi son gravi e dolorose anche a doppio, vedendola perduta nell'amore di un cavalier forestiere, un di coloro che hanno fatta serva la mia terra, e sfiorato barbaramente il giglio fiorentino.
— Lo so, e ne vivo dolorosissimo. Io vi ho sempre riverito ed amato per uno dei probi e discreti e gentili uomini di questa terra; e la vostra figliuola ho sempre conosciuta per la più gentile e più bella di tutte le fanciulle fiorentine, e per figliuola buona ed amorosissima; e sempre ch'io capitavo qui da voi, mi sentivo dolcemente compreso dalla domestica felicità vostra, la quale solea ricordarsi per esempio da tutta la città, e molti e molti ve la invidiavano. E vi accerto, messere, che il rammentarmelo ora, ed il veder tanta felicità, prima avvelenata, e poi così spietatamente rotta, per opera forse della malignità e della invidia, mi accuora proprio come se tale sventura toccasse me.
A queste parole, che riduceangli a memoria le sue contentezze e le sue gioje domestiche, il vecchio si sentì tutto commuovere, e, asciugandosi le lacrime che gli piovevano dagli occhi, rispose:
— Ed ora vedete come sono ridotto!... Ma che parlate voi di malignità e d'invidia? L'amore al cavaliere straniero, e la ritrosía e disubbidienza della Bice non sono opera d'invidia.
— Il fatto non è certamente opera d'invidia; ma la invidia e il mal talento ve lo hanno colorito sinistramente. Al cuore, lo sapete, non gli si comanda; e sapete che l'amore ripara sempre al cuore gentile, come cantò il vostro Guido; e se vi ricorda con quanta sapienza egli parlò in quella sua nobile canzone della qualità e della forza d'amore, non parmi ragionevole che vi abbia a parer grave colpa, se la Bice vostra è stata vinta dalla forza di amore. Che poi voi teniate la infelice fanciulla per disubbidiente e disamorata, questa può essere opera tutta, ed è, d'invidia e di maltalento; chè io, quanto a me, la ho sempre saputa figliuola tenerissima ed ubbidiente.
— Ohimè! frate Marco; non vi par grave fallo l'aver posto il cuor suo nell'amore di uno straniero, e il contrastrare alla volontà del padre che lo divieta? e non vi pare figliuola snaturata quella che il padre comporta di veder morire per dolore, e che lo abbandona alla desolazione piuttosto che obbedirlo?
— Non approvo la disubbidienza; ma nego che avesse portato a questa conseguenza, dove non fosse stata dipinta troppo malignamente; e nego che la Bice vostra non vi ami più, e più di voi ami il cavalier provenzale. L'amore filiale è tutto diverso dall'altro, benchè forte quanto esso; ed io, invece che condannarla, compiango la Bice quanto compiango voi, perchè me la immagino combattuta fieramente da questi due affetti, il contrasto dei quali non potrà fare che all'ultimo non ispenga quella gentile vita.
Geri a queste parole si sentì correre un gelo per le ossa, e disse tutto smarrito: