Il prete, ansioso di ascoltare quel che mai dovesse dirgli la badessa, promise sulla fede di sacerdote di Cristo che mai non avrebbe detto a persona viva quanto le uscisse dalla bocca; e allora essa incominciò:
Voi sapete ch'io sono de' Cavalcanti: uno di que' tanti rami della famiglia, che lasciarono Firenze per cagion delle parti. Mio padre fu Filippo de' Cavalcanti, il quale erasi riparato a Napoli, dove acquistò gran favore alla Corte di Carlo II, e poscia del re Roberto. Io era giovanissima, mi dicevano bellissima, e il fiore di tutta Napoli: nè vi era gentil donzello, o cavaliere o barone, che non si tenesse beato di un mio sorriso. Mi piaceva vedermi così careggiata da quanto Napoli aveva di leggiadro, di gentile, e di prode; e come più era in me la vaghezza che il senno, così ne andava lieta vanamente; senza per altro mancar mai di un sol punto al dovere di nobile e ben creata fanciulla. E se qualche leggiero segno d'affetto l'avevo dato ad alcuno, dei molti che mi vagheggiavano, su niuno mi era fermata giammai, nè di fermarmici mai aveva fatto proposito; quando giunse alla corte un cavalier provenzale, che tutti celebravano per il più prode e per il più leggiadro cavaliere che vestisse armi, e pulcelle e maritate non parlavano se non di lui. Io lo vidi; e mi parve, ed era, più bello a mille doppj che non dicevano tutti; e come egli ebbe veduta me, in me volse ogni suo desiderio ed ogni suo affetto. Il rimanente non vogliate che il dica, lo indovinate da voi. Quell'amore, vel giuro, sere Gianni, fu sempre puro ed intemerato; ma la invidia e la gelosía seppero tanto fare, che se ne cominciò a parlare con poco onore, non solo per la corte, ma anche per la città; e le maligne arti di queste due furie dell'inferno furono menate così bene che mio padre, quasi vergognoso di me, mi condusse fin qua da se stesso, e del cavaliere non seppi più nulla mai. Quel cavaliere si chiamava Ramondo d'Artese.
— D'Artese! — esclamò il prete maravigliato — come il cavaliere della damigella fiorentina.
— Per lunghi anni piansi il perduto amore, e mi consumai nel dolore e nelle incertezze; e sperai anche... Ah! sere Gianni, ma la speranza fu vana: non seppi nè vidi più nulla mai!... Il tempo aveva quasi del tutto saldato le piaghe del mio cuore, e viveva, se non lieta, almeno più tranquilla, col pensiero quasi tutto alla patria celeste, quando venne la povera Bice. In essa mi parve di vedere un'altra me stessa: ne fui tutta commossa, e da capo mi sentii agitata da passioni diverse, che non mi lasciavano aver bene; tuttavía le potevo signoreggiare. Ma quando frate Marco ebbe nominato sire Guglielmo di Artese, quel nome vinse ogni mia forza ed ogni mia facoltà; mise nel mio cuore un fuoco che mi arde tutta; nè spero refrigerio veruno, se non dalla vostra pietà.
— Madonna — disse il prete tutto compunto — cosa ch'io possa.
— Voi siete buono, siete discreto; non irridete la mia fragilità: la vergogna non mi dà balía di guardarvi in faccia; ma voi non l'accrescete col garrirmene o con lo schernirmi: compiangetemi, consolatemi.
— Garrirvi! schernirvi! Madonna, questo non sarebbe della riverenza che sempre ebbi per voi, nè dell'affetto che sempre mi mostraste; e cagione o di garrirvi, o schernirvi, nè io, nè altri può avere. Prima di essere votata al signore foste nel mondo; foste bella; amaste e foste riamata, nè mai vi partiste dalla onestà....
— Ma ora sono sacrata a Dio; sono preposta a governo di donne sacrate a Dio; sono sul confin della vecchiezza, e sono consumata da una smania che è tutta mondana.
— Non colposa però. Fatevi cuore: che posso o debbo io fare per servirvi?
— Bisogna che io vegga questo cavaliere d'Artese, che io sappia chi è il padre suo, chi i suoi parenti e consorti; e tutto questo salvo il mio decoro e la dignità mia, ed in modo che nulla si appalesi di quanto chiudo nel cuore: a ciò mi bisogna l'opera vostra.