Qual divenisse il cuore della badessa a questo nome non si può dir con parole; fu tale e tanta la sua commozione, che non potè tenersi di non esclamare, tutta infiammata nel volto:

— Messer Ramondo!...

Ma tosto accorgendosi del suo fallo, cercò di temperarsi al possibile, e continuò:

— E chi fu, se vi piace, codesto messer Ramondo; e come dite che morì per amore?

— Io era tuttor fanciullo, e mi ricordo di aver più volte sentito narrare da' miei, di un gentiluomo fiorentino, che riparò a Napoli al tempo dei Bianchi e dei Neri, dove ebbe gran favore alla corte del buon Carlo II: aveva questo gentiluomo una figliuola unica, la più bella e gentile che a memoria d'uomo si fosse veduta alla corte; nè v'era cavaliere o barone, che non ardesse d'amore per lei. Ella per altro fra tutti prescelse messer Ramondo di Artese, fratello di mio padre, il più leggiadro e prode cavaliere che mai portasse arme; e si amarono di ardentissimo amore, e pareva loro di essere la più felice coppia d'amanti di tutto il mondo. Ma ben tosto la felicità tornò in troppo amaro pianto. Un giorno che la sua Gismonda (tale era il nome della fanciulla) doveva venire alla corte col padre, e parlare col suo cavaliere, la Gismonda non vi fu: al balcone, come spesso solea vederla, Ramondo non la vide per più giorni; ed alla fine si seppe, come suo padre, avverso fieramente all'amor della figliuola col cavaliere, l'aveva condotta fuori di Napoli; ma niuno potè mai trapelar dove. Le inchieste del cavaliere furono senza numero; andò per molte parti d'Italia, se potesse avere niuno indizio, fuorchè in Firenze, dove il padre della sua donna non sarebbe potuto andare, essendovi condannato per rubello; ma ogni domanda ed ogni viaggio tornò invano; chè nulla più seppe della bella damigella. Tanto dolore si pose al cuore messer Ramondo di tal perdita improvvisa e crudele, che la sanità gli se ne alterò in gran maniera, e struggeasi proprio come una candela; e ben tosto gli entrò addosso una febbre lenta lenta, che lo condusse in poco più d'un anno al sepolcro.

La badessa ascoltava questo racconto con evidente commozione; e quando udì il suo Ramondo esser morto per lei, non potè non dare sfogo all'affanno con pianto abbondantissimo. Il prete non si meravigliò, perchè ne sapea troppo bene la cagione; si meravigliò ben frate Marco e messer Guglielmo delle lagrime della suora, nè sapevan trovar la cagione di tanto amaro pianto. Maestro Cecco per altro, il quale era di coloro, di cui dice Dante, che non vedono l'opera solamente, ma per entro i pensier miran col senno, bene sospettò che messer Ramondo doveva essere stato quel cavaliere, per il cui amore la badessa fu già rinchiusa, come sapevasi per il paese; e di ciò prese certezza al buon esito della loro impresa; e volendo pur profittare del momento, disse rivolto a lei:

— Madonna, il caso di messer Ramondo è molto compassionevole, nè può un cuor gentile come il vostro non esserne pietosamente commosso; pensando massimamente alla vita infelice, che dee aver condotto la povera Gismonda della cui sorte noi tutti rimaniamo col desiderio.

— Oh, potessi io — riprese qui il cavaliere — potessi sapere ove ripara, se vive tuttora, la donna del mio buon parente! L'amerei come seconda madre, la condurrei qui ai piedi vostri, madonna, che mi impetrasse ella la grazia che io vi domando, dipingendovi ella stessa lo strazio del suo cuore in questi lunghi anni, e pregandovi di non volere rendere infelice al pari di lei una gentil fanciulla come la Bice, e condurre il nipote alla morte disperata che fece lo zio.

— Messere, vedete che il racconto di messer Ramondo ha molto ammollito il mio cuore — disse la badessa, asciugandosi le lagrime — perchè volete anche straziarlo con parole, che hanno per me dell'acerbo? Temperate il vostro ardore: siate certo del mio efficace ajuto; e sperate.

Dette queste parole con voce tremante, e non potendo più reggere alla piena della passione, uscì dalla sala, accennando al prete che la seguisse.