Mentre tutti erano occupati attorno a Guglielmo, si accostò a maestro Cecco messer Gualtieri di Brienne duca di Atene, e sotto voce gli disse che per parte di monsignor lo duca avea a conferire con esso cosa di gran momento, e che fosse da lui senza indugio, a che Cecco rispose che vi sarebbe; e il duca frattanto con la duchessa uscirono della sala, facendo prima invitare tutti i cavalieri al convito, che quel giorno stesso egli dava in onore di messer Guglielmo. Il lettore avrà senza dubbio notato l'atto dispettoso della duchessa verso Cecco, e il modo più duro dell'usato ch'ella teneva verso di lui; e forse vorrà saperne la cagione. La cagione c'era, e gravissima. Come prima il duca ebbe comandato al maestro che andasse a Prato alla cura del cavaliere, essa comandò al suo fidato ministro che cavalcasse tosto anch'egli, e nol perdesse mai d'occhio; e quegli vide bene essersi Cecco accompagnato col frate, uscendo da Firenze: gli seguitò ambedue fin passato Sesto; ma gli perdè d'occhio quando voltarono verso Settimello, perchè egli, sapendo che dovevano andare a Prato, continuò la strada per Prato. Poi vide che il frate tornò a Firenze e ritornò a Prato; ma non potè spiare il rimanente fino in Mugello; dacchè quando vide Guglielmo risanato, cavalcare per partirsi da Prato insieme cogli altri due, e fare le dipartenze coi Guazzalotri suoi ospiti, non dubitando ch'e' non tirassero diritti per Firenze, non si diè cura di seguitargli passo per passo, ma tornò difilato a informar la duchessa di quello che aveva veduto. La quale da principio non prese gran sospetto, se non quanto non sapeva indovinare il perchè di quell'aver Cecco condotto seco frate Marco. Ma quando al ritorno del suo messo non vide tosto seguitare il ritorno degli altri due, allora cominciò il sospetto ad entrargli nel cuore, e si fece poi grande e gravissimo, vedendogli indugiare due interi giorni.
— Da Prato sono usciti, — pensava tutta smaniosa la duchessa, — e da qui a Prato è cammino di due ore: perchè indugiano? dove sono andati? La Cavalcanti è in Mugello.... Ma da che parte è Mugello? — e tosto fa in modo di sapere con certezza da che parte è; e saputo che appunto la via di Mugello è verso Prato:
— Ah maledetto pateríno, esclamava, lo ha condotto in Mugello!... Ma a che fare? La Cavalcanti è chiusa in monastero: la badessa la custodirà gelosamente.... E' ricorrerà all'arte della magía.... Eh, bisogna che questo tristo uomo faccia tosto la fine di cui è degno.
Fra tali pensieri passò la duchessa due interi giorni; e non ristette che da capo non riparlasse col vescovo d'Aversa, a proposito di Cecco, e allo stesso duca non facesse liberamente intendere il pericolo, e la sconvenienza di tenerselo appresso ed in tanto onore, in onta di santa chiesa e della città di Firenze.
Il duca parve esser rimasto quasi persuaso alle parole della sua donna; ma non volle venire a niuna risoluzione, perchè troppo faceva assegnamento sulla sapienza di Cecco, e perchè dall'altra parte nelle sollecitazioni del cancelliere e della duchessa gli pareva di scorgere che qualcos'altro ci dovesse essere, oltre lo zelo della religione e della sicurezza di signoría. Carlo era guelfo e cattolico; ma circa alle scomuniche papali, e circa all'autorità che la chiesa si arrogava su' principati, avea certe sue particolari opinioni, nè si rassegnava a vedersi quasi dettar leggi in casa sua: circa alle paure della duchessa di tumulti in Firenze per amor di Cecco o d'altro, e' se ne rideva, tanto vedea avviliti i fiorentini, e tanta sicurtà aveva della sua forza. Tuttavía dissimulò, e promise alla moglie che penserebbe di proposito a quanto le aveva detto; aspettando intanto occasione da allontanar Cecco da Firenze qualche poco di tempo, per togliere esca al fuoco dell'ira che contro di lui accendeva i cuori dei frati e della duchessa; e in questo mezzo pigliar consiglio. Ed a ciò appunto si riferisce l'invito che il duca d'Atene avea fatto a Cecco da parte del duca. Ma prima di entrare in altro, veggiamo che cosa ha fatto frate Marco appresso Geri dei Cavalcanti.
CAPITOLO XXX. L'AMOR PATERNO.
La mattina che i tre compagni tornarono a Firenze, messer Geri era molto più melanconico dell'usato. La notte aveva passata travagliatissima: nei brevi sonni, che ogni tanto prendeva, sempre gli appariva la sua Bice, ora supplichevole di perdono, ora tutta desolata e piangente; ed in sul mattino gli parve di vederla moribonda, e di udirla, nel delirio di morte, amaramente rimproverar suo padre dell'averla ridotta alla disperazione, e spirare col nome di Guglielmo sulle labbra. In questo punto si destò di sobbalzo tutto spaventato, e grondante di sudore; e stato un gran pezzo che non si raccapezzava se sognasse o se fosse desto, alla fine vide dagli spiragli della finestra essere già chiaro il giorno, e si rizzò a sedere sul letto, come per ripigliar fiato liberamente; e, tergendosi il sudor della fronte, esclamò tutto doloroso:
— Dio, che spavento!
E stato un altro poco pensoso con le braccia incrociate sul petto:
— Questo sogno orribile l'ho fatto sul mattino, che allora i savj dicono sognarsi del vero. Ahi, tristo me! La mia Bice.... fosse ella malata davvero?.... imprecasse davvero alla crudeltà di suo padre?....