«§ 1. E per Affettare, Modificare, Impressionare. Rim. Ant. F. Ser. Noff. Oltr. I. 161. S'io non mi sfogo... In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»—Letto questo paragrafo, si voltò all'amico, e: «Qui giace Nocco[34], esclamò: la tua Crusca pone falsamente l'affatare per forma varia di affaitare; ed è una delle tante sue corbelleríe il voler far dire a quel rimatore, che amor lo affetta, lo modifica, l'impressiona, cosa da fare smascellare dalle risa Eráclito—«Adagio, replicò Gabriello: questo affatare è una delle tante contrazioni che facevano gli antichissimi; e, prese le opere del Nannucci, fece un lago di quella erudizione Nannuccesca tanto garbata, e lacerò per un pezzo le orecchie di quegli amici con un diluvio di parolacce da fare spiritare i cani. Circa al significato poi dimostrò come quattro e quattro fanno otto, che l'amore affettava, modificava, impressionava, e teneva il buon rimatore; e gli amici facevano le più grasse risate. Quando ebbe detta e ridetto: «O sentiamo ora, esclamò, che cosa significherebbe, secondo il mio avversario, quell'Affatare.» E l'avversario rispose:
«Ci vuol poco: Affatare lì è lo stesso che Fatare, Ammaliare...» Gabriello gli troncò le parole in bocca, e si mise a beffarlo, come se avesse detto il più spropositato spropòsito di questo mondo, provando e facendo toccar con mano, che lì non poteva aver luogo l'ammaliare; e che la Crusca spiegava bene, e da pari sua: e mentre Gabriello si sbracciava a provare il suo assunto, e la infallibilità della sua Crusca, Pietro, che era il suo oppositore, zitto zitto accostossi allo scaffale, e preso il primo volume del Vocabolario novello, ritorna al tavolino, e se lo pianta sotto le gómita, aspettando il fine dell'apologia gabriellesca. Chetátosi Gabriello:
«Amico, ci siamo» saltò su Pietro: «dunque tu dici che la Crusca registra bene Affatare per Affaitare, fondandosi su quell'esempio di Noffo.—Lo dico e lo mantengo.—Tu dici che Affatare significa, in quell'esempio, ciò che insegna la Crusca, cioè Affettare, Modificare, Impressionare.—Lo dico, e lo mantengo.—E tu neghi che in quell'esempio di Noffo, possa valere Incantare, Ammaliare.—Sicuro che lo nego; e rido di chi vuol sostenere questa minchioneria.—Dunque tu ridi della tua Crusca, e paga la scommessa. Leggi qui.»—E aperto il volume primo del Vocabolario novello, gli pone sotto gli occhj il tema Affatare, che si spiega Render fatato; e nel § I. legge scolpitamente: «E per Incantare, Ammaliare.—Rim. Ant. F. Noff. Oltr. I, 161: In un giojoso stato mi ritrovo. Che 'n nulla guisa prende il mio cor posa, S'io non mi sfogo, alquanto in mio parlare. In dire e dimostrare, Come giojoso amor m'affata e tene.»
Qui tutti que' giovanotti diedero in un grande scròscio di risa; e il povero Gabriello, vedendosi burlato con la sua Crusca, la quale il medesimo esempio registra nel Glossario in un significato, e nel Vocabolario lo registra in significato tutto diverso, gli pareva di sognare[35]: lesse e rilesse, ora il Glossario, ora il Vocabolario, e non credeva a' suoi occhj; pure, vedendo che pur troppo la cosa era proprio in quel modo, prese il partito di volgerla in burla, affermando che egli aveva fino allora difeso ogni spropòsito più manifesto della Crusca, per emulare quell'antico filosofo, il quale si mise a provare che la neve era nera; ma che tanto grossa non se la sarebbe mai aspettata nemmeno dalla Crusca. Pagò bravamente la sua cena, che fu gustosissima e allegrissima; e d'allora in qua non ha più voluto saper nulla di Crusca nè cotta nè cruda[36].
NOVELLA VII.
IL GENIO D'ITALIA COL CAPO DI CAVALLO.
In quest'anno di grazia 1878, non dirò in qual città, ma per gli esami di licenza liceale avvenne un caso grazioso e nuovo, se mai ne fu. Tra' molti giovani, che erano andati là a farsi licenziare, ce n'era uno, che i suoi compagni lo chiamavano per soprannome Pepe, come colui che quanto era di ingegno vivacissimo, tanto era arguto e pungente motteggiatore. Egli aveva sempre in ciascun esame ottenuto tutti i punti, e passava per uno de' migliori giovani delle classi liceali della sua provincia; ma dove negli esami precedenti si era portato sempre con gravità, non si sa come gli venisse in capo di fare allora una delle sue scappatelle. Gli avevano ferito la fantasia quelli scritti del mio Borghini, dove si squadernano i garbati errori di alcune opere del prete Tigri; e soprattutto gli era sembrato incredibile quello dell'aver dato per istampa come ritratto di Beatrice, quei versi co' quali Dante descrive un angelo; e non ebbe bene, finchè non potè trovare e leggere co' proprj occhj quello che per avventura avea reputato una spiritosa invenzione del periòdico nostro. Quando per altro ebbe toccato con mano che, non solo era vero lo strano errore, ma che per di più, cosa non osservata dal Borghini, il Tigri racconcia per conto suo i versi di Dante, perchè dove questi dice:
Par tremolando mattutina stella,