egli rifa con tanto garbo il verso così:

Appar lucente mattutina stella;

allora e' si pose a leggere tutto lo scartabello Tigresco; e ne prese piacevol diletto.—O come c'entra lo scritto del Tigri con l'esame di licenza?—C'entra sì, dice Tommaso Scarafaggio nello Scaramuccia del Donizzetti. State a sentire. Dunque, per tornare al nostro Pepe, se negli altri esami si era fatto onore, in questo passò di lunga mano tutti gli altri; nè gli sarebbe mancata súbito la più splendida dimostrazione di plàuso, se, come ho detto più su, non gli fosse venuto il ghiribizzo di farne una delle sue. Il tema della composizione italiana era: Le sciente e le arti in Italia nel secolo presente. Pepe si mette a lavorare di tutta forza: a un tratto, mentre pensava al come significare una sua idea, fu veduto ridere, e scuotere il capo due o tre volte; poi rimettersi a scrivere col riso sulle labbra. Finita la composizione, la mandò al suo destino; e come gli esaminatori si aspettavano da lui maraviglie così la lessero con ogni attenzione, e ogni tanto la lettura si interrompeva per approvare, e notare le rare qualità dell'ingegno del giovane. Ma in cauda venenum: egli chiudeva il suo scritto con un'apòstrofe al Genio d'Italia (e questo luogo comune fritto e rifritto non potè non dare fieramente nel naso a que' professori), dove egli affermava che degnamente si rappresenta esso Genio col capo di cavallo, per simboleggiare anche il valore guerriero. A questa strana uscita, si scandalizzarono tutti quanti; e parve ai più, che sotto quelle parole si volesse schernire un cotale, che nelle cose della Istruzione fa alto e basso: il perchè proposero di non dargli il voto, non facendolo passare all'esame: ma poi fu vinto che si lasciasse in ponte la cosa, per accertarsi qual cagione o ragione potesse avere si fatta stranezza. Laonde, chiamato poco appresso il giovane, gli domandarono come mai egli avesse detto quella castroneria del Genio d'Italia col capo di cavallo; alche egli gravemente rispose: «Signori, io rimango proprio maravigliato di sentir battezzare questa cosa col nome castroneria, quando l'ho tolta di peso da una scrittura d'un letterato illustre e venerando, il quale è stato fino adesso Ispettore scolastico, ed è, stupiscano signori, ed è Uffiziale della Corona d'Italia per i suoi meriti letterarj, e per avere lodevolmente esercitato il suo ufficio.» I professori dissero che ciò non era possibile: e il caro Pepe, cavatosi di tasca un foglio color di rosa, stampato da tutte e quattro le parti: «Guardino, signori; charta cantat.» E di fatto alla terza pagina di quel foglio, dove si descrive un lavoro d'arte, si legge: «E lodare (vorrei) la naturale postura del Genio d'Italia appoggiato in atto doglioso al suo scudo, che con l'equino capo appare símbolo del valore guerriero.» Rimasero a bocca aperta que' professori; e stati un poco sopra di sè, uno disse: «Ma qui non è obbligo intendere che il capo equino lo abbia il Genio....»—«O chi l'ha?—interruppe il giovane.—Qui abbiamo un Genio, e uno Scudo; e d'uno dei due questo capo gli ha a essere: il Genio ha figura umana, E il capo sta bene che l'abbia lui; ed anche secondo le regole della sintassi non può riferirsi se non a lui: se no, mi dicano lor signori, se s'ha a intendere che il capo di cavallo lo abbia lo scudo; ma sarà peggio il rimedio che il male.» Gli esaminatori rivoltarono il periodo per ogni verso, e non seppero risolversi a chi dare quel capo equino; e poi, vòlti al giovane: «Questo dev'essere uno de' suoi garbati motteggi: ora la dica un po' qui inter nos dove vuol ella andar a ferire?» E Pepe ridendo: «Che vogliono, signori miei, quando si vede, che a coloro i quali dicono tanti e mai tanti spropòsiti, come questo Tigri, il quale, in uno scritto di due pagine, lì proprio di séguito allo sformato errore dantesco, e' ci mette questo del capo equíno, che non si sa di chi sia; quando si vede che a' così fatti si danno gelosi ufficj nelle cose della Istruzione, e si danno altresì delle onorificenze; e si vedono dall'altra parte trascurati tanti e tanti, che davvero sanno il conto loro; a che noi altri giovani ci dobbiamo travagliare dietro agli studj, e sudare per farsi da qualcosa? È meglio copiar gli spropòsiti di quei fortunati, per vedere se anche a noi fruttano ciò che fruttarono a loro.» I professori non poterono non riconoscere più che giuste le parole del giovane studente; e confortatolo a mantenersi, quale è, amante dello studio, gli fecero sperare che tali abusi dovevano necessariamente cessare: poi, non solo gli dettero pieno plàuso; ma gli diedero quelle maggiori attestazioni che si possono dare in simili casi; e Pepe tornò in famiglia contento come una Pasqua.

Rimane però sempre da sciogliere il dubbio a chi, se al Genio d'Italia, o allo Scudo appartenga quel capo equino dell'illustre Tigri; ed a sciogliere tal dubbio secondo le regole della sintassi e della logica, potranno provarsi i lettori del presente racconto, che è in ogni sua parte verissimo.

NOVELLA VIII.

SERO SAPIUNT PHRYGES.

E' ci fu, a' tempi del re Pipino, un certo villanzone chiamato Libáno, il quale aveva la smania di tenere il più bel par di buoi che si potessero vedere in tutti que' contorni, e gli soggiornava[37], e gli lisciava, che neanche fossero stati figliuoli. Alla mangiatoia gli teneva legati lentamente con piccola cordicella; e nell'estate, perchè non affogassero dal caldo, andato via il sole, lasciava spesso l'uscio aperto: «Tanto, dove hanno a stare meglio di qui? Non son minchioni a scappare!» Ma i cari buoi, i quali hanno di molto cervello e poco giudizio, che è e che non è, si diedero l'intesa[38]; e un giorno che Libáno, secondo il solito, ebbe aperto l'uscio della stalla, non curando tanta pasciona e tante carezze, l'uno dette a leva col corno al cappio della corda dell'altro, e cheti cheti se la batterono, mentre il padrone era nel campo a far erba, e l'Artemona sua donna preparava quella po' di minestra[39]. Intanto eccoti Libáno col fastello, e súbito corre alla stalla per dare quell'erba fresca fresca a' suoi buoi. «Artemona, Artemona, o i bovi dove sono?» E l'Artemona corre tutta sottosopra. E i bovi? O non ci sono?» Il povero Libáno era più morto che vivo: «Ah ingrati! Che vi potevo far di più? Credete di trovare una miglior mangiatoia? (allora a' ladri non ci si pensava nemmeno). Artemona, serra bene la stalla» L'Artemona, benchè dolente anch'essa, non potè tenersi che non facesse bocca da ridere alla tarda cautela di Libáno; e scotendo il capo chiuse la stalla. Il pover'uomo girò e rigirò per tutti que' contorni; ma i bovi non furono più trovati. Fino a quel tempo, volendo significare una cautela o rimedio preso tardi, od invano, si usavano i proverbi Sero sapiunt Phryges, o Cumani (troppo tardi metton giudizio i Frigi); e Post rem devoratam ratio (consumata la roba, fa i conti); ma dopo il fatto di questo Libáno si cominciò a dire Chiuder la stalla quando sono scappati i buoi, ed è rimasto nell'uso comune del popolo.