In quel mentre il gentiluomo salì su in camera sua, e scrisse per un buon pezzo le cose osservate. Ma, stimolato dall'appetito e dalla sete, lasciò di scrivere, e s'affacciò alla finestra, chiamando l'oste, a cui disse: Signor oste, v'ho detto che volevo digiunare stamattina; ve ne ricordate?—Lo so, soggiunge l'oste, e me ne ricordo.—Il gentiluomo senz'aspettare altro, tornò a scrivere; ma un quarto d'ora dopo, mosso e dalla fame e dalla sete, chiamò di nuovo l'oste, e con voce sdegnosa gli disse:—Che modo di procedere è questo? non v'ho detto un'ora fa, che volevo digiunare stamattina?—È vero, replicò l'oste, e vostra signoría è padrone di digiunare anche tutto il giorno.—Come, come? disse l'altro; tutt'il giorno! non ho mangiato ancora niente! voi mi burlate. Voglio mangiare: portatemi da mangiare e da bere.—Se vostra signoría vuol mangiare e bere, non vuole adunque digiunare, soggiunse l'oste; perchè digiunare vuol dire non mangiare e non bere.—Allora il Francese accortosi dell'equivoco, piacevolmente disse:—Sia maledetto il digiunare; dovevo dire Far colazione. Mai più dirò digiunare, chè troppo bene ho imparato a mie spese, che cosa è digiunare».
NOVELLA XI.
IL SARTO RADDIRIZZAGOBBI.
Si fa un gran dir per Firenze di quel tale omiciáttolo gobbo e stralinco[42], il quale, anni addietro, un po' col ripicchiarsi, un po' col far le moíne a questo e a quello, e un altro po' sforzandosi quanto poteva di coprire i suoi sformati difetti, aveva saputo tanto fare, che era pur passato, non colo per un uomo come gli altri, ma aveva fatto anche, come suol dirsi, qualche passioncella. Costui dunque, vedendosi accarezzato e celebrato, volle imbrancarsi co' signori, e bazzicare gli eleganti; ma guárdalo bene oggi, guárdalo meglio domani; tóccalo qui, tástalo qua; molti cominciarono a ridere alle spalle sue, e chi gli dava un soprannome, chi un altro tutti allusivi alla sua contraffatta persona. Coloro peraltro che sino allora lo avevano lodato, e giudicátolo un uomo bello e ben fatto, volevano pur dare ad intendere che tutti quei difetti non ci fossero; e: Vedete dicevano, e' par gobbo, ma è il vestito che sulla spalla gli fa borsa: quel naso a petonciano, gli è perchè gli ci fu tirato una pera mézza: quegli occhj guerci, e' fu ferito in duello: quelle gambe torte, sono i calzoni fatti male, e gli stivali troppo stretti... E così a tutte le magagne infinite si trovava il suo rimedio; e sempre si conchiudeva; ma però è un bell'uomo. Gli eleganti facevano le più grasse risate di sì fatte difese; e già il povero sghengo[43] si vedeva al perso; quando gli fu detto, esserci un bravissimo sarto il quale lavorava così bene, che di certo lo avrebbe, rivestendolo egli, fatto parer diritto, come il più bell'uomo del mondo.—O dove sta?—Là sulla piazza di S. Marco: vedrai il cartello, il quale ha per insegna un tacchino che fa la ruota.—E il gobbo, via com'un bárbero dal sarto bravo.—Signor Maestro, vorrei tutto vestiario; vede, ho qualche difettuccio nella persona; mi hanno detto che lei...—Il sarto squadra l'amico da capo a piedi: tasta per tutto; e poi con solenne gravità:—Lei è un uomo come gli altri: qualche coserella qua e là c'è; ma si rimedia facilmente. Lasci fare a me, chè la tornerà meglio che nuovo.—E prese diligentemente le misure, gli disse:—Tra otto giorni le riporterò ogni cosa da me; e la manderò fuori, che tutti non faranno altro che dire; e chi la canzonava resterà canzonato lui.—Lo sghengo va via tutto contento; e il bravo sarto si mette a pensare il miglior modo di raddirizzarlo, nè vi posso dire quanto mai ci si stillasse il cervello, e per quanto tempo facesse aspettare la sua raddirizzatura, facendo, disfacendo, rifacendo, rimpolpettando[44]. All'ultimo (pover uomo! ci aveva fatto il capo) pensò: «Farò al mio diletto cliente il più perfetto ábito che io abbia fatto in vita mia per il più ben formato uomo che mi sia capitato da vestire; e quando il cliente se lo metterà, sfido io, se e' parrà bello e diritto!» E lì col capo sul lavoro; e dopo pochi giorni glorioso e trionfante glielo riporta; e lo sghengo più glorioso e trionfante di lui, se lo mette addosso, e va fuori. Che volete vedere? Quel vestito era fatto con tutte le regole dell'arte, e sarebbe tornato perfettamente a qualunque persona ben formata; ma, posto addosso a quel mostro, faceva rifiorir più che mai le sue magagne, e lo faceva parer più sghengo che mai. Insomma bisognò che gettasse l'abito su un fico, se non volle morire arrabbiato tra' fischi e gli urli del popolíno; e anche il povero sarto diventò la favola di Firenze, e bisognò che smettesse il mestiere, perchè niuno ci si volle più servire, tenendo per fermo ch'e' dovesse aver perduto il cervello a pretender di raddirizzare li storti col vestito fatto a regola d'arte.
Ed aveva ragione. Questo buon sarto doveva sapere il proverbio delle camíce de' gobbi, che si tagliano storte, e riescon diritte; e lui invece si era così confusa la mente, per la smania di raddirizzare il gobbo, che a ciò credeva bastare il mettergli addosso un vestito tagliato a regola d'arte. Sarebbe l'istesso, a male agguagliare, che un critico si pensasse di far apparir vera la Cronica del Compagni, riducendo alla retta cronología tutti gli infiniti errori cronològici di essa. La cronología sarebbe la vera, ma non istarebbe bene con la cronaca: la quale cronologicamente è sbilenca per natura, perchè il suo autore, non solo ha scritto gli errori, ma gli ha ribaditi in altri modi. Ridotta la cronología sarebbe ridotta più stralinca la Cronica: sarebbe il vestito tagliato secondo l'arte, il quale, messo addosso al gobbo, lo fa più gobbo che mai, e fa morir dalle risa chi lo vede, e fa tenere il sarto per matto.