DEL FRATE CAMBIATO IN ASINO.

Un contadino gelato dal freddo, smontò di sull'asino per camminare a piedi: il che vedendo due francescani, che in Francia sono chiamati cordeliers disse l'uno al compagno:—S'avessi io un asino, non sarei tanto pazzo di condurlo per la briglia, ma bensì mi farei portare fin al convento.—L'altro ch'era di umor allegro, soggiunse:—Mi basta l'anima di fare una burla a quel contadino, e levargli l'asino, purchè vogliate darmi un poco d'ajuto. Acconsentì súbito il frate, e pian piano s'accostarono ambedue al contadino, senza che se ne accorgesse. Levò il francescano con destrezza la briglia al ciuco e se la mise al collo seguitando il contadino; mentre l'altro con la cavezza lo condusse in disparte. Quindi a non molto, il contadino volendo rimontare sull'asino, si volse indietro; ma ebbe a morir di paura vedendo tanta metamòrfosi. E gridando con pietosa voce ohimè! ajuto! fu fermato dal francescano, che prostrátosi in ginocchioni richiedeva con grande umiltà la sua libertà; dicendo, che per i suoi disordini, e l'enormità de' suoi peccati, era stato condannato a tale trasformazione; e che ora essendo venuto il termine della penitenza, era tornato al primo essere. Il contadino alquanto rasserenato, non solo gli diede la domandata libertà, ma, non accorgendosi della burla, scioccamente soggiunse:—Andate in santa pace; adesso non mi meraviglio più, se dopo una vita tanto disordinata, siete riuscito un così cattivo animalaccio. Il frate si partì, dichiarandosegli obbligato, ed andò a ricercare il compagno. Quando videro i frati dilungato il poveraccio contadino, per altra via si condussero ad una terra vicina. Pochi giorni dopo, pregarono i francescani un amico loro, che si compiacesse d'andare alla fiera per vendere quel ciuco, come di fatto io vendè; e mentre andava col compratore per ricevere il pagamento, venne loro incontro il primo contadino, che riconoscendo il ciuco, disse al compratore, che lo pregava d'ascoltare una parola in disparte; e domandatogli di chi fosse quella bestia, il compratore rispose:—L'ho comprato adesso adesso, ma non l'ho pagato. Deh! per vita vostra, replicò il contadino, rendetelo; non lo pagate. Non siate tanto sciocco di credere, che quella bestiaccia sia un asino: è l'anima d'un francescano ch'è tornato nelle sue dissolutezze. Rendetelo: vi dico io ch'è il più tristo animalaccio di quanti n'abbia il mondo, ed a me ha fatto venire la rabbia centomila volte.


NOVELLA XIII.

SETTE DI VINO.

Vi fu una volta un Lanzo, di quelli che facevano la guardia al tempo de' Medici, il quale avendo poche crazie da spendere pel desinare, si mise a fare il conto come le avesse a spendere, e diceva:«Sette divino; tanto della tal cosa, tanto della tal'altra, ecc.» e mancandogliene, o per il pane o per altro incominciò più e più volte a far il conto, ma sempre cercava di scemare sulle altre cose, e sul vino mai; e incominciava ogni volta: Sette di vino. D'allora in poi Sette di vino, si prese ad usare per significare ostinazione o cocciutággine. Per esempio: «La cosa è più chiara della luce del sole; ma i Dinisti sette di vino.» Questo Tedesco fu per avventura inventato sopra l'antico poeta Filosseno, per il quale fu fatto il proverbio Philoxeni non (il no di Filosseno,) che soleva usarsi specialmente, come nota il Manuzio, quando alcuno ostinatamente o negava, o rifiutava, o non voleva in alcun modo recedere dalla propria opinione. Questo Filosseno fu tanto cocciuto che sopportò di esser condannato alle miniere, piuttosto che approvare e lodare i versi di Dionísio.

NOVELLA XIV.