NOVELLA XV
IL DIAVOLO SCOLARO DE' GESUITI.
Quanti fossero i giochetti, i gingilli, le arguzie, per via delle quali si infondeva la scienza ne' giovani scolari dai R. R. Padri Gesuiti, lo sanno tutti coloro che punto punto conoscono la storia della pede....—no, volevo dire della pedagogía italiana, e ne fanno tuttora testimonianza parecchie opere scolástiche composte da loro, tra le quali basti guardare il Miles Rethoricus del P. Forti. E non solo ne' libri di testo, ma anche negli esercizj giornalieri della scuola i maestri tenevano esercitato l'ingegno de' giovani in fanfaluche di ogni maniera, tra le quali una, che per dir vero non è al tutto sgarbata, mi darà materia a questa Novella.
Quando nel Collegio Cicognini di Prato vi erano i Gesuiti, un maestro di rettòrica, del quale non so dirvi il nome, essendosi una mattina dimenticato di preparare il tema per la composizione del giorno di poi, dettò a' suoi ragazzi il seguente raccontino: «C'era qui ne' contorni di Prato una famiglia composta di padre, madre e due figliuoli, l'uno di quattro o cinque anni, l'altro tuttora in fasce. Il padre aveva allevato un capretto, e lo teneva per casa: avvenne che una domenica mattina, andando egli e la moglie alla messa, lasciarono il bambino piccino in custodia all'altro fratello, il quale, scambio di badare al fratellíno, stava a ruzzare col capretto: il bambino che era nella culla, cominciò intanto a strillare e a smaniare; e quell'altro, dátogli ora l'un balocco ora l'altro, nè trovando il verso di racchetarlo, all'ultimo gli diede un coltello; ma egli tutto stizzito, come fanno spesso i bambini, glielo tirò contro, e colpì nella gola il capretto, che era appunto lì presso la culla: il capretto si inviperì, e dando delle forti cozzate nella culla, la sfondò, e venne a dare una cozzata sì spietata al bambino che lo ammazzò. L'altro fratello, spaventato, e temendo il furore del babbo, apre una finestra che riusciva sul pozzo, e vi salta dentro. Intanto eccoti la madre, la quale, veduto quello spettacolo, fece un laccio, e s'impiccò: il marito, tornato poco di poi, al vedere quella spaventevole strage, fu còlto da apoplessía e morì istantaneamente.»
Il Padre Maestro, dettata questa storiellina, disse a' suoi giovani: «Su, ragazzi, a chi riesce di metter questa storiellina in meno versi latini, quello avrà il tal premio così e così.» Immaginatevi se que' ragazzi s'arrabattavano; ma nè i grattamenti di capo, nè il rodersi le ugne potevano fare che niuno la potesse mettere in meno di dieci versi. Uno di essi, il più studioso e il più vispo, si era messo in capo di farla in un solo distico; ma sì! aveva almanaccato per quattro o cinque ore, nè gli si apriva il più piccolo spiraglio; il perchè, preso dalla stizza, e pure impuntato di voler fare quel distico, gli scappò detto: Lo vo' fare quand'anche m'avessi a raccomandare di Diavolo. Il Diavolo, il quale come sapete è quel Leo rugiens, che circuit, quærens quem devoret, udite tali parole, gli comparve súbito in forma d'un bel giovinetto per non ispaventarlo, e gli disse: «Senti, Ignazino, il distico te lo detterò io; ma se tu mi prometti di ajutarmi in un mio disegno.»—«Bene, disse il giovane, èccomi qua: ma bada, me tu m'ha' a risparmiare.—Sta bene, disse il Diavolo; e gli dettò il seguente distico:
Hircus cum puero, puer alter, sponsa, maritus,
Cultello, lympha, fune, dolore cadunt.
Dettato il distico, Berlic[49] disse a Ignazino che si ricordasse della promessa, e badasse bene di mantenerla, o lo porterebbe all'inferno in anima e in corpo. Ignazino giurò; e si lasciarono da buoni amici. Venuta l'ora della scuola, niuno degli scolari era riuscito a nulla di buono, e il nostro ragazzo, se ne stava in un cantuccio, gongolando fra sè. All'ultimo si alzò, e: Padre maestro, io l'ho fatto in un solo distico. Tutti si meravigliarono, mostrandosi desiderosi di udire tal distico, che appena letto, rimasero mezzi sbalorditi: e quel ragazzo ebbe il premio, e lodi sopra lodi dal maestro e da' superiori. Berlic si lasciò rivedere il giorno appresso, e trovato Ignazino tutto lieto e contento, gli disse: «Senti, Ignazino, per una mia bizzarria, vo' venire qui alle scuole de' Gesuiti; agévolami l'ammissione, che non te ne pentirai.» E il nostro ragazzo tanto fece, che Berlic fu accettato come scolare esterno nelle scuole de' Gesuiti, dopo uno splendido esame che egli sostenne. Ammesso ch'e' fu, seppe così insinuarsi nell'animo de' superiori, e seppe dar tali prove d'ingegno e di dottrina, che in pochi anni diventò il factotum del Collegio, e si può dir che tutta la musica andasse alla sua battuta: nè c'è da demandare se egli se ne prevalesse per venire a' suoi fini: al qual effetto avendo già destinato di servirsi di Ignazino, che già era diventato Padre Ignázio, lui sempre ajutava in tutte le occorrenze, per forma che prese fama di uomo solennissimo, e ben presto ebbe i primi gradi dell'Ordine, e faceva alto e basso, massimamente nelle cose d'istruzione, la quale egli ordinava e governava secondo il consiglio del fido Berlic. Questo diavolo accorto non lasciava scoprire a P. Ignázio il suo fine perverso; e tanto sapeva aggirarlo e offuscargli la mente, che non conosceva il veleno nascosto negli ordinamenti e nelle dottrine, cui egli faceva insegnar per le scuole. Il giuoco durò per un pezzo: durò tanto che il seme gettato dal diavolo fruttò largamente per le scuole de' Gesuiti; e P. Ignázio morì disperato, accortosi troppo tardi del male fatto alla civiltà per suggestione diabòlica.
Berlic poi, il quale è il diavolo delegato alle cose della Istruzione, si dice che cerchi di far sua arte da capo, ma per altro verso, qua in Italia; e però stia attento il Ministro, e badi di non fare come P. Ignázio.