Direttore—(È meglio ch'i' la pigli in celia: se no va a finir male.) Mi perdoni, signor Cavaliere, ma il Trattato della monarchía, dove Dante espone il suo pensiero politico, lo ha letto? Che ci ha trovato codesto concetto, ed anche il solo Re?

Leone—Che domande son codeste? L'ho letto e studiato; e anche ne ho fatto lo spoglio, essendo esso uno de' primi testi di lingua citati dalla Crusca.

Direttore—Badi, è scritto in latino!... Ma lasciamo andar ciò. Sappia dunque che, e nella Monarchía, e nella Commedia, Dante vagheggiava la monarchía universale sopra tutto il mondo civile: l'imperatore doveva aver l'alto dominio sopra ogni paese, di qualunque forma di governo: il Papa doveva avere il dominio delle coscienze. L'Italia, che Dante chiama il giardino dell'Impero, non era, come vede, per esso, se non una parte di tal monarchía: l'Imperatore doveva, come altrove, imperarvi, non reggervi: si ricordi che anche di Dio disse: In tutte parti impera e quivi regge; e potevano, anzi dovevano, tutte le terre d'Italia rimanere con la loro autonomía, repubbliche le repubbliche, principati i principati...

Leone—Codesta, signor Direttore, è critica codína... Non lo sentì anche il Padre Giuliani, là nel 1865?

Direttore—Io do retta a Dante, e non al Padre Giuliani...

Sindaco—Mi pare, signori carissimi, che questo non sia tempo da díspute. Contínui la sua interrogazione.

Rodolfo—Cavaliere, faccia spiegare qualche luogo fra i più belli della Divina Commedia.

Leone—(che mal può celare la stizza, e la confusione) Volentieri, Signor Direttore, (al Direttore con atto imperioso) faccia leggere al giovane, che ella crede più adatto, quel luogo sublime dove Dante incontra la sua Beatrice, il quale comincia:

«A noi venía la creatura bella
«Bianco vestita, e nella faccia quale
«Par tremolando mattutina stella.»