—L'anno di che?

—Gua', de' merli.

—Ah, già: ma guarda che dirizzone tu pigliasti! E' dovevan esser merli per te!

—Dovevan essere? erano, tu ha' a dire.

E d'una parola in un'altra si rinnovò la tragedia dell'anno passato; e così avvenne per più anniversarj. La buona Lena era di complessione delicata, e non troppo ben disposta di vísceri; per la qual cosa spesso era costretta di ricorrere a medici ed a medicine: e Tonio ne stava dolente, perchè, da piccosa in fuori, e un po' capricciosa, era una buona moglie, e le voleva bene davvero, nè quelle sfuriate periòdiche erano sufficienti a scemarglielo. Una volta, nel principio dell'autunno, la malattìa si affacciò più minacciosa, ed il medico storceva fieramente la bocca ogni volta che le andava a far visita, nè celava i suoi timori al povero Tonio, il quale non sapeva darsene pace. Ogni giorno la malattía si faceva più grave e più paurosa, e ben presto ogni speranza si fu dileguata: e la povera Lena, sempre in perfetta conoscenza, come sono generalmente sino all'ultim'ora i malati di consunzione, si era già rassegnata a morire. Un giorno, verso la fine di ottobre, avuti che ebbe i sacramenti, chiama lì al capezzale il marito, e prendendolo amorosamente per mano:

—Tonino mio, gli dice con quel filo di voce che le rimaneva, io ti lascio; ci rivedremo in paradiso. Ti ho voluto sempre bene; e ti chiedo perdono, se qualche volta ti ho dato de' dispiaceri.

Il povero Tonio piangeva come una vite tagliata, e tra' singhiozzi diceva:

—Lena mia, che dici di dispiaceri? tu se' stata sempre buona, e sempre ti ho voluto bene. E se qualche volta... ti chiedo perdono io.

—Ah, di quei merli eh? Si avvicina il tempo, ed io sarò morta. Sì, ti perdono ogni cosa. Ma ora ne sei persuaso che erano merli?

—Sì, via, povera Lena, eran merli.