Sicardo suo figliuolo, che ancor vivente suo padre fu partecipe del Governo, gli successe nel Principato, il quale vedutosi solo a regnare, volle nella ferocia e crudeltà di gran lunga superar suo padre. Proseguì la guerra co' Napoletani col pretesto, che non gli pagavano il tributo, i quali però gli fecero tal resistenza sotto Buono lor Duca, a Stefano succeduto, ch'essendosi i Beneventani fortificati in Acerra ed Atella, diroccarono questi castelli e posero in fuga il presidio. Durante il breve Ducato di Buono, che non fu più d'un anno e mezzo, sotto l'Imperio di Teofilo, il quale per la morte di Michele il Balbo suo padre reggeva allora l'Oriente, le cose de' Greci in queste nostre regioni e nella Longobardia Cistiberina andarono assai prospere[443]; ma morto questo Duca nell'anno 834 ritornarono i Napoletani nell'antiche angustie: perciò essi piansero amaramente una tanta perdita, e rizzarongli in memoria del lor dolore un magnifico tumulo, ove in versi acrostici colmarono di eccelse lodi le sue virtù ed il suo infinito valore, per avere respinti i Beneventani, ancorchè formidabili e, per forze, di gran lunga a' Napoletani superiori, e discacciatigli da Atella e da Acerra, luoghi ch'essi avean così ben muniti e fortificati. Questo tumulo ancor oggi si vede in Napoli nella chiesa di Santa Maria a Piazza nel quartiere di Forcella, e vien anche rapportato dal Chioccarelli[444] e dal Pellegrino nell'Istoria de' Principi longobardi. Morto Buono fu creato Duca Lione suo figliuolo, il quale non governò più il Ducato di Napoli che sei mesi; poichè tosto ne fu scacciato da Andrea suo suocero.
Ma siccome i Napoletani per poco goderono le tante virtù di Buono, così all'incontro i Beneventani per molto ebbero a sofferire la crudeltà e gl'inumani costumi di Sicardo; poichè questi datosi in braccio a Roffrido suo cognato, figliuolo che fu dell'infame Dauferio, il quale d'iniquità sormontava il padre, per li rei consigli di costui si portò così crudelmente co' Beneventani, che gli pose nell'ultima disperazione. Per le sue ingannevoli arti e modi accorti avevasi Roffrido posto in mano il cuore di Sicardo, e ridottolo in tanta servitù, che niente operavasi senza il suo consiglio. Roffrido fu l'autore di tutte le scelleratezze adoperate da questo Principe: egli in prima colle sue arti fallaci l'indusse senza cagione veruna a mandar a perpetuo esilio Siconolfo fratello di Sicardo: fece imprigionare quasi tutti i Nobili beneventani, e molti condennare a morte: e ciò per fine sì reo, affinchè Sicardo abbandonato così da' congiunti, come da' suoi Baroni, essendo interamente posto nelle sue mani, potesse un dì più facilmente farlo morire, ed egli occupare il Principato. Per questi medesimi perversi disegni fece, che Sicardo facesse tosare i capegli a Majone suo cognato ed in un monastero lo chiudesse; fece strangolar Alfano, il più fedele e forte, ed il più illustre uomo che avesse quell'età; tanto che i Beneventani, non potendo più soffrire tanta indignità e sì dura tirannia, finalmente furono risoluti di trovar modo d'uccidere il proprio lor Principe.
Intanto da Sicardo con ugual ardore si proseguivano le guerre co' Napoletani, i quali non potendo a lungo andare sostener le forze d'un sì potente e crudel nemico, si risolsero finalmente per mezzo del loro Vescovo Giovanni, accoppiandovi anche l'autorità di Lotario I, Imperatore ed insieme Re d'Italia, a chi erano ricorsi, di ristabilir di nuovo la pace co' Beneventani. L'opera e l'industria del Vescovo Giovanni fu cotanto efficace, che se bene da Sicardo non potesse ottener pace perpetua, l'ottenne però per cinque anni. Al che Sicardo ne men sarebbe venuto, se Andrea, che allora governava il Ducato napoletano, avendo chiamato in suo ajuto i Saraceni, non l'avesse per timore de' medesimi fatto venire a concluderla[445]: siccome l'evento lo rese chiaro, perchè rimandati che n'ebbe Andrea i Saraceni, Sicardo cercava differirne la conchiusione: ma essendo ricorsi i Napoletani a Lotario, vi mandò questi Contardo, il quale operò, che la pace fosse con effetto stabilita (dopo il corso di sedici anni di continua e crudel guerra) nell'anno 836, e furono di buona fede accordati i patti con Giovanni Vescovo ed Andrea Duca.
L'istromento di questa pace o sia il Capitolare di Sicardo fatto per la medesima, noi lo dobbiamo alla diligenza di Camillo Pellegrino[446], dove molte cose notabili s'incontrano intorno a' riti ed alle leggi di questi Popoli. Si rende ancora per questo istromento manifesto quanto in que' tempi si stendessero i confini del Ducato napoletano e quali fossero i luoghi adiacenti ed a quello soggetti. Si vede chiaro, che oltre a Sorrento ed alcuni altri vicini castelli, abbracciava anche Amalfi: che i patti e le convenzioni si regolavano secondo le leggi longobarde, che in questi tempi erano la ragion dominante. Si conviene ancora espressamente, che i Napoletani, siccome avean promesso in vigor dell'altra pace firmata con Sicone padre di Sicardo, continuassero a pagare a' Principi di Benevento ogni anno il solito tributo, altrimente che potessero essere pegnorati. Che fra questi due Popoli vi fosse, durando i cinque anni della pace, perfetta amicizia, e che vicendevolmente non s'impedissero i loro negozj e traffichi, fossero per mare o per fiume o per terra: che si restituissero con buona fede i fuggitivi dell'una e dell'altra parte e le loro robe: e molte altre capitolazioni ivi si leggono, che non fa mestieri qui rapportare.
Conchiusa questa pace, narrasi, che i Saraceni da Sicilia sbarcati a Brindisi occupassero quelle città e depredassero i luoghi convicini, ma accorsevi tosto Sicardo per reprimere questa irruzione; ancorchè fosse stato ne' primi incontri rispinto, ristabilito meglio il suo esercito, di nuovo andò ad assalirgli; onde vedendo i Saraceni non poter resistere, datovi prima il sacco, bruciarono Brindisi, e fatti schiavi molti di que' cittadini, co' medesimi e con la preda fecero in Sicilia ritorno.
Narrasi ancora, che intorno a' medesimi tempi, surte fra gli Amalfitani gravi discordie, molte famiglie di quella città fossero andate ad abitare in Salerno, dove da Sicardo furono benignamente accolte; il quale approffittandosi della congiuntura, e vedendo quasi vota quella città d'abitatori, le medesime truppe, che egli avea unite contra i Saraceni, le drizzò per l'assedio d'Amalfi, e rompendo la pace fatta co' Napoletani ritornò a devastare i confini di questo Ducato: di che Andrea Duca fieramente sdegnato, vedendo non poter colle proprie forze reprimere la ferocia del nemico, spedì di nuovo Ambasciadori all'Imperador Lotario, pregandolo di nuovi soccorsi: (ricorrevasi agl'Imperadori d'Occidente, poichè da quelli d'Oriente, per le rivoluzioni della Corte di Costantinopoli, niente potea sperarsi, ed i soccorsi eran molto tardi e lontani) Lotario benignamente ricevutigli, rimandò in Napoli Contardo: ma questi quivi giunto, trovò ch'era cessato ogni pericolo per la morte opportunamente accaduta di Sicardo[447], il quale da' Beneventani stessi era stato poc'anzi ucciso; poichè questo Principe imperversando vieppiù contro i medesimi, e dando l'ultime pruove della sua tirannide ed estrema avarizia, diede in eccessi orribili. Per avidità di denaro carcerò Deusdedit celebre Abate di monte Cassino: spogliò molte Chiese e monasteri de' loro poderi. Tolse per violenza a molti Nobili ed anche a gente di minor condizione le loro sostanze; ed insultò di stupro una nobilissima matrona beneventana. A tutto ciò s'aggiungeva la superbia di Adelchisia sua moglie, e l'ignominia alla quale espose molte matrone beneventane, che le fece denudare con esporle in pubblico per ludibrio della gente, per vendetta che un dì fu lei per casualità veduta nuda da un beneventano.
Ridotti per tanto i Beneventani nell'ultima disperazione, si risolsero d'ucciderlo, ed avendo ben disposti i mezzi, fu il tiranno da' suoi più domestici trucidato l'anno 839 con giusto compenso; poichè siccome Sicone suo padre fece uccidere Grimoaldo, così Sicardo suo figliuolo riportò condegna pena della colpa del padre e delle sue crudeltà e scelleratezze. Non fu pianto da' Beneventani, e perciò di lui non si legge tumulo alcuno in fra gli altri de' Principi beneventani. Morto adunque il tiranno, fu concordemente eletto per Principe di Benevento Radelchisio, che fu Tesoriere di Sicardo, Principe di nobili maniere e di costumi d'ogni virtù adorni: nel cui Principato cominciarono le cose de' nostri Longobardi a declinare, non pure per le scorrerie di straniere nazioni, ma molto più per l'interne discordie de' Principi stessi longobardi, onde si vide finalmente questo Principato diviso in tre Dinastie: origine che fu della caduta dei Longobardi in queste nostre province, come, dopo aver narrato la politia ecclesiastica di questi tempi, si vedrà nel seguente libro di questa Istoria.
CAPITOLO VII. Politica ecclesiastica delle Chiese e Monasteri del Principato beneventano.
Divisa la Chiesa greca dalla latina, e vie più crescendo le occasioni d'una irreconciliabile separazione, e rimanendo sotto l'Imperio greco molte città di queste nostre province, si vide la politia delle nostre Chiese non in tutte uniforme, ma molto varia e discorde: secondando la politia della Chiesa quella dell'Imperio. Il Regno d'Italia trapassato da' Longobardi franzesi sotto Carlo M., che fu eletto ancora Imperadore d'Occidente, era governato da questo Principe non tanto con questo spezioso titolo, quanto come Re, ed amava non meno intitolarsi Re d'Italia, ovvero dei Longobardi che di Francia ed Imperadore. Quindi, ancorchè i nostri Principi beneventani si opponessero alla sovranità, ch'egli come Re d'Italia, e succeduto in luogo de' Re longobardi, pretendeva sopra il Principato di Benevento; nulladimanco il titolo d'Imperadore il rendè da poi più Augusto e più tremendo; e le occasioni, che si presentarono così a lui, come agl'Imperadori Lodovico e Lotario suoi successori, resero i nostri Principi longobardi beneventani agli Imperadori d'Occidente tributari; onde avvenne, che la politia di tutte le Chiese, ch'erano dentro i confini d'un sì vasto ed ampio Principato, s'adattò a quella dell'Imperio d'Occidente, ed alla disposizione che Carlo M. e gli altri Imperadori suoi successori diedero alle Chiese occidentali, delle quali, anche di quelle ch'erano dentro il Principato di Benevento, ne presero cura e protezione. Furono in conseguenza le Chiese di questo Principato sottoposte alla Chiesa latina, e dal Patriarca d'Occidente come prima erano rette e governate: in niente potendo in quelle prevalere il potere e l'ambizione del Patriarca d'Oriente.
Carlo M. adunque eletto Imperadore d'Occidente, e rendutosi per li segnalati servigi prestati alla Chiesa romana cotanto di lei benemerito, spinse Adriano e Lione III, romani Pontefici, a ricolmarlo de' più grandi onori, che si fossero giammai intesi. Fuvvi una vicendevol gara fra essi di liberalità e cortesia. Carlo in profondere province, città, giurisdizione ed altri beni temporali: i Pontefici all'incontro lo ricompensavano di beni spirituali. In cotal guisa terminaronsi a confondere le due potenze, e quando prima i confini che le separavano eran ben chiari e distinti, si resero da poi assai più confusi ed incerti: onde dai savj[448] fu creduto, che Carlo M. venne assai più di quel che fece Costantino M. ad accelerare non meno la ruina della potestà politica dell'Imperio, che della Chiesa stessa, corrompendo vie più la sua antica disciplina.