La morte di Lodovico portò tali sconvolgimenti, che non pur queste nostre regioni, ma molte parti d'Italia afflissero, e di nuove calamità le riempierono. Da Carlo M. insino ad ora non s'erano eccitate turbe per la successione dell'Imperio. I testamenti de' Principi, mandate via tutte le dubbietà e le tante sottigliezze d'oggi, con somma venerazione erano ricevuti da' successori: ciò che essi ordinavano era prontamente eseguito; e bastava, che o in vita o in morte l'Imperador regnante designasse il suo successore o l'assumesse per Collega, perchè si osservasse il suo volere, come legge inviolabile. Così leggiamo che Carlo M. facesse con Pipino e Lodovico; Lodovico con Lotario, e finalmente Lotario con l'altro Lodovico. Infino ad ora per eleggere l'Imperadore in Occidente non era mestieri convocar Assemblee o Comizj: solo per una semplice e pura cerimonia introdotta già per costume, si ricorreva a' Pontefici romani per la consecrazione ed incoronazione. Ma non avendo Lodovico di se lasciata prole maschile, cominciarono a gara i Franzesi ed i nostri Italiani, ad aspirare a sì sublime dignità. In Francia due furono i più ostinati pretensori, amendue zii del defonto Lodovico, Carlo il Calvo Re di Francia figliuolo di Giuditta e fratello di Lotario padre di Lodovico, e Lodovico Re di Germania fratello dell'istesso Lotario, al quale, secondo la divisione, fatta era toccata la Germania e parte della Lorena, che pochi anni prima s'avevan di buon accordo divisa col suo fratello Carlo.

Altre volte nel corso di quest'Istoria abbiamo in molte occasioni veduto, che le contese de' Principi finalmente han sempre terminato in augumento della dignità ed autorità de' Pontefici romani, ma se in altra congiuntura è avvenuto, in questa precisamente si è ciò più chiaramente veduto. Poichè contendendo questi due Principi dell'Imperio d'Occidente, bisognava, perchè alcun d'essi restasse vincitore, che due cose prima dell'altro competitore proccurasse, cioè di esser il primo ad entrar armato in Italia, e per seconda, di proccurarsi il primo la benivolenza del Papa, perchè tosto agevolasse l'opra colla solennità dell'incoronazione, funzione che appresso i Popoli era stimata il segno più certo dell'assunzione al Trono imperiale. Carlo il Calvo appena avvisato della morte del nipote, non frappose dimora alcuna ad entrar tosto in Italia, e fu più sollecito, che suo fratello Lodovico, il quale se bene avesse mandato prima Carlo il Grosso suo figliuolo ad impedir il passaggio a Carlo, e poco dopo Carlomanno altro suo figliuolo, tardi però giungendo, nulla poterono; di che Lodovico fortemente sdegnato, egli col suo terzo figliuolo Lodovico invase la Francia, portando ivi la sua collera, ostinatamente combattendola.

Intanto Carlo il Calvo approssimatosi a Roma, avendo sollecitato il Pontefice Giovanni VIII ad agevolar il suo disegno, questo Papa non volle perdere sì bella congiuntura, onde potesse dal suo canto ricavarne anche i suoi vantaggi per se e per la sua Sede. Dopo aver portati alla sua volontà i Romani, mandò due Vescovi ad invitar Carlo, che tosto entrasse in Roma a prender la Corona imperiale, ch'egli tenevagli apparecchiata, avendolo scelto sopra tutti gli altri pretensori. Carlo venne a Roma, e nella Basilica Vaticana con gran applauso e solennità fu il giorno di Natale dell'anno 875 incoronato da Giovanni, ed Augusto acclamato; giurando all'incontro di portar sempre le sue armi contra i nemici della Sede, e difenderla con tutte le sue forze. Il Papa per questo fatto volle appropriarsi assai più di quello, che gli altri suoi predecessori avean fatto in congiunture simili, perchè se è vera quella orazione, che di lui si legge presso il Sigonio[516] fatta a' Vescovi, parla in maniera, come se Carlo assolutamente da lui avesse ricevuto l'Imperio, e che la sua elezione totalmente a lui s'appartenesse; onde da ora in poi fu riputato e preteso da' Pontefici romani, che il titolo d'Imperadore fosse un puro e sincero benefizio del Pontefice, e cominciarono per questo a noverar gli anni dell'Imperio dal giorno della Consecrazione pontificia: tanto che non ebber ritegno i successori di rinfacciar agl'Imperadori d'Occidente, l'Imperio esser loro benefizio, di che ci tornerà altrove più acconciamente di ragionare.

Si narra ancora, che Carlo riconoscente di tanti benefizj avuti dal Papa in questa occasione, oltre di aver con preziosi doni arricchita la Basilica di S. Pietro, avesse anche ceduta al Papa la sovranità, che gli altri Imperadori franzesi suoi predecessori ritennero sempre sopra Roma, e che non prima di questo tempo passasse questa città sotto l'independente ed assoluto dominio del Papa; ma tutti questi racconti si rendono favolosi da ciò, che gli Ottoni Imperadori d'Occidente praticarono sopra Roma, come si vedrà più innanzi.

Disbrigato che fu Carlo da Roma, seguitando il costume degli altri Re d'Italia, passò in Pavia, ed ivi dall'Arcivescovo di Milano, come fecero i suoi predecessori, volle prender la Corona regale, e Re di Italia fu acclamato: quindi non molto da poi nella medesima città molti regolamenti stabilì per lo buon governo della medesima.

Potè Carlo intanto finchè visse godersi senza contrasto l'Imperio, e il Regno d'Italia, e quello di Francia, perchè Lodovico Germanico suo fratello, essendo morto in Francfort il dì 28 agosto dell'anno 875, lasciò ampia materia a' suoi figliuoli di guerreggiare per altre imprese. Lasciò Lodovico tre figliuoli, fra quali, secondo il dannabile costume introdotto in Francia, si divisero il Regno paterno. A Carlomanno toccò la Baviera, la Boemia, la Carintia, la Schiavonia, l'Austria ed una parte dell'Ungaria. A Lodovico, la Franconia, la Sassonia, la Frisia, la Turingia, la Bassa Lorena, Colonia e molt'altre città sulle sponde del Reno. A Carlo il Grosso, l'Alemagna, dal Meno sino all'Alpi, e l'altra parte della Lorena.

Ma ecco, mentre Carlo Imperadore regge la Francia e l'Italia, che i Saraceni, i quali da Lodovico II erano stati confinati a Taranto, tornarono di bel nuovo ad infestare queste nostre province e scorrendo sin sopra Bari, minacciavano stragi e ruine all'altre province ancora. Furono obbligati perciò i Napoletani, gli Amalfitani e i Salernitani, non avendo a chi ricorrere, per sottrarre i loro Stati dalle imminenti irruzioni, alle quali essi colle proprie lor forze non potevano far argine, di trattar co' Saraceni, come meglio poterono, la pace, la quale non vollero costoro ricevere, se non sotto condizione, che dovessero con le proprie unire le loro armi, affinchè insieme aggiunte, sopra il Ducato romano e contro Roma istessa potessero portarle: fu accordata la lega con sì dure condizioni[517]; di che avvisato il Papa Giovanni VIII tosto ricorse all'Imperadore, il quale in suo ajuto mandogli Lamberto Duca di Spoleto e Guido suo fratello. Venne il Papa istesso in quest'anno 876 accompagnato da' medesimi in Napoli, ed in queste nostre parti, guidando egli l'impresa. Fu questa la prima volta, che si videro i Papi alla testa d'eserciti armati, per cagion per altro apparentemente pietosa, per reprimere la ferocia de' Saraceni, che tentavano sconvolgere i loro Stati e metter sossopra il Ponteficato. Usò Giovanni tutti i suoi sforzi per romper questa lega, e tirare alla sua parte questi Principi, che s'erano collegati co' Saraceni; e fu tale l'opera sua con Guaiferio Principe di Salerno, che non solo lo distaccò dalla lega, ma contra i Napoletani ostinati fecegli voltar le armi.

Era in quest'anno Duca di Napoli Sergio, il quale per aver imprigionato Attanasio suo zio, Vescovo di Napoli, era nell'indignazione di molti: costui non volle in conto alcuno distaccarsi da' Saraceni, non ostante l'increpazioni del Papa; fu perciò il medesimo immantinente scomunicato da questo Pontefice, e gli mosse contro Guaiferio, il quale combattè co' Napoletani, e fattone ventidue prigionieri, il Papa fecegli tutti decapitare[518].

Era Vescovo di Napoli in questi tempi Attanasio fratello di Sergio, che all'altro Attanasio suo zio era nella cattedra succeduto, il quale per fare cosa grata al Papa, conculcando tutte le leggi del sangue e della natura, portato anche dall'ambizione, imprigionò il proprio suo fratello e cavatigli gli occhi lo presentò al Papa in Roma: Giovanni gradì molto il dono, e fattolo rimanere a Roma, finì quivi miseramente la sua vita[519]. Proccurò da poi Attanasio, che in luogo di Sergio fosse egli eletto Duca, e così con esempio non nuovo, si vide Attanasio insieme Vescovo e Duca di questa città. Fu quest'Attanasio uomo di torbidi pensieri, e che durante il suo governo inquietò gli altri Principi suoi vicini, e pose sossopra queste nostre province. Egli per salvare il proprio Ducato, posposto ogni rispetto, ancorchè fosse in dignità Vescovile, portato dalla sua ambizione, non ebbe alcun ritegno di rinovar la lega co' Saraceni; gli apparecchiò quartieri presso Napoli, e gli unì co' Napoletani, mandando in iscompiglio i Beneventani, i Capuani ed i Salernitani, iscorrendo insino a' confini di Roma, ove non vi era cosa indegna, che non si tentasse, tutto depredando.

Il Papa ciò vedendo fulminò contro Attanasio i suoi anatemi terribili, nell'anno 881 lo scomunicò, lo maledisse, e secondo ciò che narra Erchemperto, l'istesso fece a Napoli città sua: di che ne rendono a noi testimonianza le stesse epistole di questo Pontefice, che ancor ci restano[520]. Scomunicò eziandio gli Amalfitani[521]. Il medesimo sarebbe avvenuto a' Salernitani ed a Guaiferio lor Principe, se atterrito da tali fulmini non si fosse distaccato dalla lega. E vedendo di vantaggio il Papa inondar con pieni torrenti i Saraceni per tutti i lati, scrisse anche più lettere e mandò più legati a Carlo il Calvo, al quale ricordando i benefizj fattigli, lo stimolava instantemente, che tosto, ad esempio del suo predecessore Lodovico, calasse in Italia con potente armata per discacciargli, altrimente tutto sarebbe andato in rovina, e caduta in man dei Barbari Roma, con irreparabil ruina della sua Sede, di cui egli avea giurato esserne difensore.