Ma più gravi e lagrimevoli furono le calamità di Salerno, la quale più volte invasa da' Saraceni, sostenne le più crudeli stragi e scorrerie non mai intese, tanto che furon più volte obbligati i suoi cittadini colle intere lor famiglie andar cercando ricovero altrove. Non bastarono i Saraceni solamente, ma a loro danno s'unirono anche i nostri Principi medesimi, e sopra tutto il nostro Duca di Napoli Attanasio, il quale unito con que' Barbari devastò tutto il suo paese, riducendo il Principe Guaimaro, che a' Guaiferio suo padre era nel Principato di Salerno succeduto nell'anno 880, in tali angustie, che per far argine a tante inondazioni, non bastando le proprie forze, fu da dura necessità costretto di ricorrere insino ad Oriente agli aiuti degl'Imperadori Lione ed Alessandro figliuoli di Basilio, da' quali fu opportunamente soccorso[527]: ed oltre a ciò, gli spedirono una bolla d'oro, rapportata anche dal Summonte[528], colla quale gli confermarono il Principato di Salerno nella guisa appunto, che era stata fatta la divisione tra Siconolfo e Radelchisio[529].
Non fu veduto al Mondo uomo più perfido ed infido di questo Attanasio, il quale, ora facendo lega co' Saraceni, ora distaccandosene secondo il bisogno, pose in iscompiglio queste nostre province; quando i Saraceni inondavano i Principati vicini, e con felicità portavano le loro armi da per tutto, egli per ispegnere l'incendio, che vedeva negli altrui Stati, temendo che non s'inoltrasse infino alla propria casa, proccurava unirsi co' Principi vicini con dar loro soccorso: quando poi per qualche strana rotta data loro da' Greci o dai Principi longobardi, mancava il timore, s'allontanava da questi e riunivasi co' Saraceni. Così una volta accadde, che tenendo in quartiere molte schiere di Saraceni alle radici del Vesuvio, mandò sin in Sicilia a chiamar Suchaim Re, perchè facendosi de' medesimi Capo gli guidasse; ma essendogli avvenuto da poi, che costui cominciò a devastar il proprio paese, e a fare a' Napoletani oltraggi e danni insopportabili, commosso da sì fiero turbine, tosto pensò d'unirsi e far lega con Guaimaro Principe di Salerno e con li Capuani per discacciargli, siccome in fatti gli riuscì. Narra Erchemperto[530], che in quest'incontro fu punto Attanasio da' stimoli di coscienza, e che pensasse far questa lega per discacciargli, affinchè anche per sì pietosa impresa potesse meritar dal Papa l'assoluzione dalle censure, delle quali egli e Napoli sua città, sin dal mese d'aprile dell'anno 881 era stato legato.
Così per l'ambizione e per le gare de' nostri Principi, non videro queste province, che ora compongono il Regno, tempi più calamitosi di questi, ne' quali erano combattute insieme e lacerate non men da' propri Principi, che da straniere nazioni. Pugnavano insieme i Beneventani, i Capuani, i Salernitani, i Napoletani, gli Amalfitani ed i Greci; e quando questi stanchi de' propri mali cessavano, eran sempre pronti ed apparecchiati i Saraceni, i quali sparsi da per tutto, ed avendosi in più luoghi del Regno stabiliti ben forti e sicuri presidj, nel Garigliano, in Taranto, in Bari e finalmente nel Monte Gargano, afflissero così miseramente queste province, che non vi fu luogo ove non portassero guerre, saccheggiamenti, calamità e morti; onde non pur i due più celebri e ricchi monasteri di Cassino e di S. Vincenzo più volte ne patirono desolazioni e incendj, ma queste istesse calamità furono sofferte anche da città più cospicue e da province intere.
Non era donde sperar aiuto e ricever soccorso; poichè le forze degl'Imperadori d'Oriente eran lontane e deboli. Molto meno era da sperarne dagl'Imperadori d'Occidente: morto Lodovico II che si rese celebre al Mondo per avergli tante volte scacciati da queste province e confinatigli nell'ultime città, non poteva alcun promettersi da' suoi successori soccorso, perchè Carlo il Calvo che gli succedè, impedito da Carlomanno suo competitore, ad altro fu uopo che drizzasse le sue armi. E Carlomanno, che, morto il Calvo, per tre anni tenne il regno d'Italia, come quello che aveva altre imprese per le mani, per aversi dovuto opporre a' sforzi di Lodovico il Balbo figliuolo del Calvo, che per se lo pretendeva, non potè pensare a queste nostre remote parti.
S'aggiunsero alle presenti altre calamità in tutta Italia; poichè per la morte del Calvo, stando vacante l'Imperio, ancorchè Carlomanno tenesse il regno d'Italia, che con molta celerità occupollo, Lamberto Duca di Spoleto sorprese Roma, e pretese dal Papa la Corona imperiale. Il Pontefice fuggì in Francia, e soccorso da Lodovico III detto il Balbo, volendo ricompensarlo per tanti beneficj prestatigli in quest'occorrenza, lo consecrò in Francia Imperadore, e lo fece acclamare Augusto. Ma Lodovico, ancorchè acclamato Imperadore, non ebbe in Italia dominio alcuno, ritenendo il Regno Carlomanno; e si vide il Regno d'Italia nella persona di Carlomanno, ancorchè egli non fosse Imperadore. Ciò che maggiormente rende chiaro e manifesto quel che spesse volte abbiam notato in quest'Istoria, che gl'Imperadori d'Occidente, risorto l'Imperio, non dominarono Italia come Imperadori, ma come Re ch'essi n'erano; nè Carlo M. aggiunse all'Imperio l'Italia, siccome non fece membro del medesimo la Francia; e le leggi loro che per l'Italia furono lungamente osservate e che alle longobarde furon aggiunte, non come Imperadori, ma come Re della medesima ebbero tutto il vigore. In fatti gli antichi nostri Scrittori nel Catalogo delle leggi longobarde, noverando le leggi de' Re d'Italia, dopo quelle stabilite da' Re longobardi, numerano l'altre di Pipino sino a Corrado, come Re, non come Imperadori.
S'unirono però ben tosto queste due supreme dignità nella persona di Carlo il Grosso: poichè morto nell'anno 880 Carlomanno suo fratello, con incredibil sollecitudine si portò in Italia, ove accolto benignamente dagl'Italiani fu dall'Arcivescovo di Milano, secondo il costume, per Re d'Italia incoronato ed unto; e non molto da poi richiamato da Giovanni in Italia, prese da questo Pontefice, nel giorno di Natale dell'anno 881, la Corona imperiale, e fu Augusto proclamato.
Ben fu Carlo il Grosso spesse volte chiamato dal Papa perchè soccorresse queste province, che erano tuttavia da' Saraceni malmenate, e ben egli sin a Ravenna a questo fine portossi; ma bisognò che tosto ritornasse in Francia, ove lo richiamavano mali più gravi, e più perniciose ruine. Fu in questi tempi, che la prima volta i Popoli normanni si ferono sentire, li quali usciti dall'ultima Scandinavia, scorrendo e mettendo sossopra la Francia, portarono l'assedio insino a Parigi, tanto che finalmente per quietargli bisognò assegnar loro per sede la Neustria, quella provincia che insino ad oggi per essi ritiene il nome di Normannia.
Peggiori furono i sconvolgimenti in quel regno per le contenzioni insorte dopo la morte di Lodovico Re di Francia, e poi di Carlomanno suo fratello; le quali finalmente trasportarono l'Imperio da' Franzesi agli Italiani. Allora fu che, vedendo i nostri italiani ruinata e divisa la Francia, cominciarono a pensare, che se Carlo il Grosso venisse a mancare senza lasciar di se stirpe maschile, non bisognava badar ad altro, ch'eleggere un Imperadore italiano, affinchè non essendo distratto in altri governi ed in paesi lontani, potesse meglio reggere l'Italia e difendere la Sede appostolica, la quale per spesse incursioni de' Saraceni insino alle porte di Roma, sovente erasi veduta in pericoli gravissimi; riputando in Italia l'antico valore non esser per anche estinto; e che ben v'erano personaggi tali a chi potesse appoggiarsi questa dignità. Persuasero perciò ad Adriano III, che allora reggeva la Sede appostolica, d'interporre a lor richiesta (se dee prestarsi fede al Sigonio[531], che ne rapporta le parole) questo decreto: Ut moriente Rege Crasso sine filiis, Regnum Italicis Principibus una cum titulo Imperii traderetur. Siccome in fatti morto nel mese di gennajo dell'anno 888 questo Imperadore, il quale nella sua sola persona aveva unito i tre più insigni regni d'Europa, Germania, Italia e Francia, e che perciò uguagliò le grandezze di Carlo il Grande: postisi in su i nostri Italiani, di far ricadere presso la lor nazione il regno d'Italia e l'augusto titolo d'Imperadore, e pensando con ciò ristabilir meglio le sue province, portarono nelle medesime tali sconvolgimenti e tali disordini, che non fu veduta mai l'Italia così miseramente afflitta e travagliata per le discordie interne de' Popoli e per la perfidia e scelleratezza dei Principi, se non in questi tempi, ne' quali giacque sotto i Berengarj ed i Guidi, l'un Duca del Friuli e l'altro di Spoleto, come più innanzi diremo.
CAPITOLO II Dello stato nel qual eransi ridotte in questi tempi la giurisprudenza e l'altre discipline; e delle nuove compilazioni delle leggi fatte per gl'Imperadori di Oriente.
Ecco lo stato infelice e lagrimevole nel quale erano ridotte queste nostre province nel declinar del nono secolo; ed avesse piaciuto al Cielo, che qui fossero terminate le loro sciagure: sarebbe veramente impertinenza pretender in tempi sì rei, che le discipline fra tanti sconvolgimenti si fossero mantenute nella loro purità e nettezza. Tutto era disordine, tutto confusione: solamente in Roma, nel che tutta l'obbligazione devesi a' romani Pontefici ed a' Monaci e Cherici, si ritenne qualche letteratura, e la lingua latina non rimase affatto estinta, almeno nelle scritture. Quindi avvenne, che gli uomini di lettere fossero stati poi chiamati Cherici, siccome gl'illetterati si nomavano Laici; onde nacque, che presso gli Scrittori della più bassa età, come in Dante, in Passavanti ed in altri, per Cherici intendevansi i Letterati e per Laici gl'idioti. Nel che tanto più sono degni di commendazione, quanto che se bene Gregorio I. R. P. avessegli vietato d'impiegare i loro studj sopra Gentili autori, per cancellare ogni memoria dell'antiche discipline, e quindi con molto calore rampognasse Didicrio Vescovo di Vienna, perchè insegnava la Gramatica[532], pure tra tante inondazioni, la Chiesa romana, per quanto la condizione de' tempi comportava, ritenne qualche reliquia della gentile erudizione, la quale altrimente sarebbe affatto perduta e posta in obblivione[533]. Chi crederebbe, che la filosofia, la medicina, l'astrologia e tant'altre scienze, i Saraceni l'avessero in questi tempi fra noi fatte risorgere per lo studio che gli Arabi posero sopra i libri d'Aristotele, di Galeno e d'altri Autori, onde Averroe, Avicenna, e tanti altri si resero cotanto celebri e rinomati? Quindi nelle nostre Scuole per lungo tempo si videro le discipline, la filosofia e la medicina sì malamente trattate; e posti in dimenticanza tanti altri insigni Filosofi, tener solo Aristotele il campo e contaminarsi anche per ciò la teologia, la matematica e tutte l'altre scienze, come diremo a più opportuno luogo.