Il Principe Landulfo II, pur in sua vita associò al Principato nell'anno 959 due figliuoli, Pandulfo, che Ostiense e gli altri Scrittori chiamarono Capo di ferro (di cui spesso ci tornerà far memoria per le sue famose gesta, e perchè nella sua persona s'unì anco il Principato di Salerno) ed un altro Landulfo, che perciò lo diremo III, li quali, morto Landulfo II, intorno all'anno 963 gli succederono nel Principato: ma Landulfo III, essendosi diviso col fratello, e toccatogli in sorte il Principato beneventano, fisse la sua sede in Benevento[578]; onde si videro un'altra volta divisi questi due Stati, in Benevento presidendo questo Landulfo, ed in Capua Pandulfo Capo di ferro. Ma da poi nel 969 essendo morto Landulfo III, ancorchè avesse lasciato un suo figliuolo Pandulfo II, nulladimeno Pandulfo Capo di ferro per l'impetuosa brama di dominare, aggiudicò il Principato di Benevento a se ed al suo figliuolo Landulfo IV, escludendone il suo nipote Pandulfo II, il quale però finalmente nell'anno 981, avendone discacciato Landulfo IV, lo ricuperò ed a' suoi posteri lo trasmise, come nel seguente libro diremo.
Nel Principato di Salerno intanto, per la morte di Guaimaro accaduta nell'anno 933[579], era succeduto Gisulfo suo figliuolo. Resse costui con varia fortuna lungamente il Principato; ed a' suoi tempi, secondo che narra Lione Ostiense[580], fu nell'anno 954 scoverto in Pesto città della Lucania il corpo dell'Appostolo Matteo, pure per revelazione del medesimo Santo; ed affinchè Salerno non avesse anche in ciò che cedere a Benevento, ove da Lipari fu trasportato quello di S. Bartolomeo, fu da Pesto trasferito il corpo di S. Matteo in Salerno. Venne a noi, non altrimente che quello, da parti lontanissime: quello dall'India, questo dall'Etiopia, dove patì il martirio: dall'Etiopia narrasi, che fosse stato trasportato fino nella Bretagna, indi in Pesto nella Lucania, e quindi in Salerno[581].
(A' tempi, ne' quali dimorò Gregorio VII, in Salerno, par che si fosse perduta la memoria di questo sacro deposito; poichè, secondo che narra Paolo Bernriedense, nella di lui vita pag. 240 fu scoperto nuovamente il corpo dell'Appostolo da Gregorio, del quale nuovo ritrovamento si fece tanta festa, scrivendo egli, pochi anni prima della sua morte, quella lieta e festevole lettera, che ora leggiamo ne' tomi de' Concilj del Labbe, lib. 8 Ep. 3. Ecco le parole del Bernriedense, il qual favellando del cadavere di Gregorio, che fu sepolto quivi vicino, scrisse: Corpus ejus sepulturae traditum est apud B. Matthaeum Evangelistam, de cujus nova inventione laetabundam scripserat ante paucos annos Epistolam).
Sentiremo ancora in Amalfi venerarsi il corpo di S. Andrea, ed in Ortona quello di S. Tomaso, e pregiarsi in fine molte città del Regno delle ossa e delle reliquie di quasi tutti i santi Appostoli.
CAPITOLO V. Politia ecclesiastica.
Non ricerchi alcuno una vera forma e faccia dello Stato ecclesiastico in questi tempi. La Chiesa era in uno stato compassionevole e in un orribil disordine ed in un caos d'empietà: furono scomunicati Papi da' loro successori, cassati gli atti, ed annullati i sacramenti ministrati da loro: sei Papi scacciati da quelli, che volevano mettersi in luogo loro; e due anche uccisi. Fu fatto Papa da Teodora, famosa meretrice romana, per la fazione che aveva in Roma, uno dei suoi pubblici drudi, che si chiamò Giovanni X. Fu anche fatto Papa in età di venti anni Giovanni XI, ch'era figliuolo bastardo di Papa Sergio morto diciotto anni prima. Papa Stefano VIII, fu da Alberigo fatto sfregiare nella faccia in tal maniera, che non si lasciò mai più vedere in pubblico. Nè i Papi erano più eletti dal Clero, ma la Sede di Roma era divenuta la preda della cupidigia e dell'ambizione. In breve, nacquero in questi tempi tali e tanti disordini ed inconvenienti, che tutti gli Storici convengono, non esservi stati Pontefici, ma mostri: ed il Cardinal Baronio scrisse, che la Chiesa allora stette senza Pontefice, non però senza Capo, restando il suo Capo spirituale Cristo in Cielo, che non l'abbandona.
Può ciascuno da se stesso giudicare, come fossero trattate le altre Chiese d'Italia, e quelle di queste nostre Province, considerando qual dee essere lo stato di tutte le membra nelle gravi indisposizioni del capo. Si è veduto in Capua Landulfo Vescovo insieme e Conte di quella città: in Napoli Attanasio Vescovo e Duca trattar l'arme, guidar truppe d'eserciti armati, far leghe co' Saraceni istessi contro il Papa e gli altri Principi cristiani, e mettere in iscompiglio queste nostre Province. Nè fuori d'Italia stavano meglio queste cose disposte: i Grandi davano i Vescovati a' loro soldati, ed ancora a' fanciulli d'età infantile: Eriberto Conte, zio d'Ugo Capete, fece suo figliuolo d'età di cinque anni Arcivescovo di Rems, e Papa Giovanni X, confermò quella elezione.
Non si mancò con tutto ciò nel decorso di questo nono secolo, e nel principio del decimo di stabilire de' canoni in vari Sinodi per far argine a tanto rilasciamento; ma il tutto in vano, e restarono senza successo e mal eseguiti. Alcuni Vescovi perciò ed eziandio alcune persone private si diedero a far raccolta di questi canoni; ma quasi tutti s'affaticarono sopra i libri penitenziali: surse il penitenziale di Teodoro, di Alitgario e di tanti altri[582]. Vi furono ancora alcune raccolte di canoni, come quella di Jarlando Crisopolitano, intitolata Candela: l'altra d'Isacco, soprannomato il Buono, Vescovo di Langres, di Erardo Vescovo di Tours e di Gualtero Vescovo d'Orleans; ma sopra tutte queste raccolte quella di Reginone Abate di Prom fatta nel 906 per comandamento di Ratbodo Arcivescovo di Treveri fu la più generale, che comprende tutta la legge ecclesiastica, e la più metodica, che si fosse veduta in questi tempi[583]; perciò Burcardo, Ivone di Sciartres ed altri compilatori de' canoni, che l'hanno seguito, se ne sono sovente serviti, e l'hanno quasi che trascritta nelle loro collezioni.
Ma se cotanto scadimento si vide nello Stato ecclesiastico, nella disciplina e nelle cose spirituali, non perciò fu punto scemato l'ingrandimento della giurisdizione e de' beni temporali. I Papi facevano valere la loro autorità non meno sopra i laici per le censure e per le dispense, che sopra i Metropolitani e sopra i Vescovi; fecero nuove disposizioni abbassando i diritti e preminenze de' Metropolitani e dei Vescovi, e vollero anche avere la soprantendenza di tutti gli affari ecclesiastici nelle loro Province e diocesi.
Si ricorreva spesso in questi tempi a Roma, non già per divozione, ma per ottener dispense d'ogni cosa; e l'ambizione e l'avarizia si copriva con la dispensazione appostolica: i divieti che si stabilivano dai canoni in tanti Concilj, servivano per far correre in Roma più gente per ottenerne dispensa; i gradi vietati per lo matrimonio furono stesi per ciò sino al quarto grado; e s'introdusse l'affinità spirituale fra 'l compare e la comare, il figliuolo e la bambina, che anche a' gradi più lontani fu estesa. Ma i Papi, essendo quali abbiam di sopra descritto, dispensavano ogni cosa, ancorchè fosse contro i canoni, e contro gli usi ecclesiastici, nè facevano distinzione di quello che potessero o non potessero, stimando aumento della loro grandezza ogni cosa, che fosse sostenuta da coloro, che vi ricorrevano: questi, se erano potenti, difendevano per loro interesse quello, che impetravano; il Popolo parte per sua semplicità, parte per lo terrore de' potenti, approvava quello che non poteva impedire; onde si stabilì un'opinione, che di qualunque cosa subito, che si avesse la conferma da Roma, ogni errore passato fosse coverto.