Si pensò per tanto un modo, nel quale ciascheduno trovava il suo vantaggio. Era già, come s'è detto, introdotto costume, che ciascuno per conservar meglio i suoi beni gli sottoponeva alla Chiesa romana, alla quale, obbligandosi i possessori con una leggiera ricognizione, si dichiaravano ligi, giurandole fedeltà. I Pontefici romani in questi rincontri sempre v'aveano i loro vantaggi, poich'essi niente davano del loro, ed all'incontro, oltre della fedeltà giurata, ed il censo, nel caso di mancanza di prole legittima e maschile, i Stati si devolvevano alla Chiesa, ed era in loro arbitrio d'investirne da poi altri. I Popoli ed i Principi poco curavano d'esaminare se potessero farlo, o no, e donde venisse questo lor dritto d'investire, farsi giurare fedeltà, e di conceder anche titoli di Conti e di Duchi: bastava ad essi che fossero difesi colle scomuniche, delle quali si aveva tanto spavento, osservando, che i loro nemici sovente s'astenevano di mover loro guerra per non esporsi a' fulmini della Chiesa. S'aggiungeva ancora il vedere la potenza de' Pontefici romani essere in sì sublime grado ridotta, che s'arrogavano la potestà d'assolvere i loro vassalli da' giuramenti, e di poter ancora deponere gl'Imperadori ed i più grandi Monarchi della terra; onde molto meno recava loro maraviglia se potessero dar titoli di Conte e di Duca, quando presumevano di far essi gl'Imperadori stessi d'Occidente, e trasferire l'Imperio da una Nazione in un'altra.
Ma quello, che veramente portava stupore era il vedere, che s'erano persuasi, che non solo potessero i romani Pontefici investire e farsi dar giuramenti di fedeltà di quelle terre, che erano a loro offerte a questo fine; ma anche di province e Regni, che doveano ancora conquistarsi. E presso coloro che s'accingevano alla conquista, trovava ciò facile credenza, perch'era cosa per loro molto acconcia, di poter in cotal guisa essere non pur animati all'impresa, ma assicurarsi delle future conquiste, perchè volendosi opporre i possessori, che erano spogliati, doveano ancora esporsi agli fulmini della Chiesa, che loro si opponeva.
Fu dunque cosa molto facile venire a capo di quest'accordo, come quello che finalmente si raggirava, come meglio sopra gli Stati altrui potesse ciascuno profittare. Niente importava che sopra le spoglie dei Greci e de' Longobardi si pattuisse. Niente ancora si badò al Principe Bacelardo, che si teneva dal zio spogliato. Niente al Principe Landolfo discacciato da Capua; ma ciascuno rimirando a' suoi propri comodi e disegni, conchiusero di buon accordo il tutto in cotale guisa. Che Roberto co' suoi Normanni fossero assoluti da tutte le censure. Che a Roberto si confermasse il Ducato di Puglia e di Calabria, ed oltre a ciò, che cacciando i Greci ed i Saraceni, che in gran parte tenevano occupata la Sicilia, dovesse il Papa investirlo anche di quell'isola con titolo di Duca; ed in fine, che a Riccardo Principe di Capua si confermasse il Principato, che a Landolfo avea usurpato.
All'incontro fu convenuto, che Roberto e Riccardo ed i loro successori si mettessero sotto la protezione del Papa, il quale confermava loro la possessione di tutti i Stati che aveano in Italia, e della Sicilia quando essi l'avessero conquistata sopra i Saraceni: che gli prestassero perciò il giuramento di fedeltà come Feudatari della Santa Sede, alla quale dovesse Roberto per ciascun anno pagare il censo di dodici denari di Pavia per ogni paio di buoi; siccome narra Lione Ostiense[281]; e Fr. Tolomeo di Lucca aggiunge, che Roberto non s'obbligò a quest'annuo censo, o costretto, o ricercato dal Papa, ma di sua spontanea e libera volontà.
Questo fu stabilito in Melfi in quest'anno 1059 ed ancorchè alcuni scrivano, che ciò anche fu confermato nel Concilio dal Papa ivi tenuto; nulladimeno non essendo quest'affare appartenente al medesimo, che erasi sol ragunato per riformare i costumi degli Ecclesiastici, altri non ardiscono di dirlo, ma solamente che mentre il Papa coll'occasione del Concilio si trovava in Melfi, avesse ricevuto da' Normanni il giuramento della fedeltà, e data l'investitura. Che che ne sia, egli è certo, che si eseguì il trattato fedelissimamente da una parte e dall'altra; e Roberto prestò il giuramento di fedeltà, che il Baronio dice aver egli trovato nel Codice del Vaticano detto Liber censuum, ove vien riferita la formola, colla quale il Duca Roberto giurò al Papa fedeltà, che comincia: Ego Robertus Dei gratia, et S. Petri Dux Apuliae, et Calabriae, atque utroque subveniente futurus Siciliae. Nota il Sigonio, che il Papa non il confermò Duca colla cerimonia francese usata da' Duchi di Normannia, e di sopra rapportata, cioè con dargli l'anello nel dito, il berrettino in testa, e col cingergli la spada al fianco: ma colla cerimonia italiana, dandogli lo Stendardo nella destra, e facendolo Gonfaloniero di S. Chiesa; onde Guiscardo da quest'anno cominciò a valersi di questo titolo Ducale: Dux Apuliae, Calabriae, et futurus Siciliae.
Alcuni anche rapportano, che Roberto allora avesse restituita a Papa Niccolò la città di Benevento, e la città di Troja; ma lo dicono senz'alcun fondamento di verità; poichè in questi tempi la città di Benevento era in potere di Landolfo Principe di Benevento, e di suo figliuolo Pandolfo, i quali erano stati già restituiti nel loro Principato, come rapporta l'Autore contemporaneo della Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento; nè se non molto tempo da poi fu alla Chiesa romana, per le ragioni, che vi pretendeva, da Roberto restituita, quando, vinti ch'ebbe i Principi longobardi, che tennero quel Principato, gli cacciò da' loro Stati, come diremo più innanzi. Nè della città di Troja presso gravi e vecchi Scrittori si ha memoria alcuna, che si fosse al Papa restituita, non costando come mai v'avessero potuto avere diritto alcuno, quando poc'anni da poi, che fu da' Greci edificata, fu a' medesimi tolta dai Normanni; e par che i successi, e quel che anche oggi giorno veggiamo, confermino quanto si dice, poichè solamente Benevento si vede essere della Chiesa romana, ma di Troja non si legge, che fosse stata in alcun tempo sotto il di lei dominio.
Ecco il fondamento del diritto, che pretendono i Pontefici romani sopra i Reami di Napoli e di Sicilia: fondamento ancorchè a questi tempi debole e vacillante, nulladimanco in progresso di tempo renduto più fermo e stabile, potè per l'accortezza de' successori di Niccolò II sostenere fabbriche sì grandi ed eccelse, che arrivarono a disporre di questi Regni a lor piacere ed arbitrio, ed a trasferirgli di gente in gente, come s'osserverà nel corso di quest'Istoria.
Essi deono questo benefizio e questa parte sì considerabile della loro grandezza temporale a' Normanni, i quali per impegnarli nella loro difesa, o particolarmente contro gl'Imperadori d'Oriente, i quali potevano pretendere, che una gran parte di ciò di che questi conquistatori s'erano impadroniti, loro s'appartenesse; ovvero che la tenessero da quei d'Occidente in Feudo, da chi n'aveano prima ricevute l'investiture: essi non fecero punto di difficoltà di dichiararsi ligi de' Pontefici romani, a fin che loro non si potesse far guerra senz'esporsi a' fulmini della Chiesa.
Questi furono i primi semi, che coltivati da poi da esperte mani, posero col correre degli anni radici così profonde, ed inalzarono piante così eccelse, che finalmente fu riputato il Regno di Sicilia essere spezial patrimonio di S. Pietro, e Feudo della Sede Appostolica romana. Quindi nacque, che presso i nostri Scrittori fosse stato creduto, che la Chiesa romana come suo patrimonio n'avesse investito i Normanni, chi allegando perciò la donazione di Costantino M., e chi quella di Pipino e di Carlo M., e chi le donazioni degli altri Imperadori d'Occidente. Vissero costoro in queste tenebre per l'ignoranza dell'istoria, infino che Marino Freccia[282] non cominciò fra' nostri ad aprir gli occhi, ed a ricever lume dall'istoria, con iscoprire l'inganno, e ad avvertire che queste investiture non possono fondarsi in altro che nella consuetudine, in vigor della quale la Chiesa romana è stata solita investire. E parlando di quest'investitura di Niccolò II e dell'altre seguite in appresso, non ebbe difficoltà di dire: Ecclesia non dedit, sed accepit: non transtulit, sed ab alio occupatum recepit; compassionando il suo affine Matteo d'Afflitto, che scrisse aver Costantino M. donato questo regno alla Chiesa, con dire, affinis meus hìstoricus non est, auditu percepit, etc.
Questa prima investitura, perciò che riguarda la persona di Roberto, non abbracciava altro che il Ducato di Puglia e di Calabria, come cantò il nostro Guglielmo Pugliese[283]: